mercoledì 25 febbraio 2009

Gli uomini e le donne sono uguali (?)

Esimi Ventisei Lettori,
Gli uomini e le donne sono uguali
, canta Cesare Cremonini, ribadendo in musica ciò che dice l'art. 3 della nostra Costituzione. Al di là di canzoni e principi, non è un mistero che i rapporti tra maschi e femmine sono difficilmente inquadrabili, intercorrendo tra i due sessi dinamiche coinvolgenti un numero enorme di variabili a tutto campo.

Se questo è vero per i rapporti standard, meglio non pensare a quelli amorosi: mi sovviene il ricordo della coppia di ricci che si deve riparare dal freddo. L'unico modo per sopravvivere è abbracciarsi, stando ben attenti ai propri aculei. Un lavoro di precisione, quasi quanto quello di coppia.

Al di là di questi pensieri preliminari, quello che mi ha fatto riflettere sui rapporti tra le due Metà del Cielo (mi sembra un'immagine migliore di quella del Tao) è stata una delle mie frequentazioni femminili, che, parole sue, "vuole il Maschio Alfa". Reminescenze scolastiche mi fanno sovvenire la classificazione dei lupi, smontata più volte nella sua "applicazione" umana, a dispetto del numero di persone che ci crede, o per lo meno fa finta, un po' come accade per la fisiognomica lombrosiana, che ancor oggi vanta estimatori.

Sarà la mia repulsione a venire classificato da novelli Linneo o sarà che "l'uomo è un animale socievole" (Aristotele dixit), ma mi pare che sia intrinseca all'Uomo la tendenza a sfuggire a ogni inquadramento: quel connubio unico generato tra l'istintività animale e la razionalità angelica può essere la ragione per cui il Genere Umano ha avuto successo sulla Terra?

Da quanto scritto sopra non può emergere la superficialità di chi divide semplicisticamente tra Alfa e Beta, scrivendo questi post (Chris Moore, nella fattispecie):
http://topometallo.blogspot.com/2008/01/elogio-del-maschio-beta.html
Un pezzo particolarmente relativista, legato alla situazione americana, in cui il successo personale è un feticcio elevato a sistema, con tutti i noti guasti, sia di singoli che dell'insieme. Considerare poi il bamboccionismo (passatemi il neologismo) come sistema del maschio beta (e questa cosa emerge dall'anedottica allegata) è parecchio assolutizzante e sicuramente irrealistico... ma tant'è. Mi chiedo solo come sarebbero classificati, etologicamente, personaggi come Cincinnato, Aragorn o Peter Petrelli. Dalla finzione alla realtà è sempre un bel dilemma.

Non accontentandomi di questi minima ethologica, in cui un insieme di uomini viene equiparato ad un branco di lupi, cerco altre classificazioni, imbattendomi in questa, di chiara matrice femminista:
http://www.webirishpub.net/forum/classificazione-dei-maschi-vt1098-st0.html
Noto un certo relativismo (d'altronde non esiste un Inconscio collettivo che ci permette di vivere e condividere le esperienze altrui :), per lo meno in questo caso la categorizzazione è certamente più verosimile rispetto alla piatta dicotomia Alfa-Beta. Tuttavia il realismo resta da affinare.

Per par condicio mi muovo anche verso il mondo dei miei colleghi, e trovo altrettante recriminazioni, scritte in maniera decisamante più becera:
http://www.webalice.it/giuseppekj/KaJu/Materiale/Ragionamenti/La%20classificazione%20delle%20troie.htm
Nè più nè meno la controparte del collegamento precedente, anche se va detto che le donne ci sanno fare meglio di noi maschietti, per lo meno sotto il profilo sintattico-lessicale... ;)

martedì 3 febbraio 2009

Gheddafi e gli scomodi scheletri nell'armadio (parte 2)

Tripoli val bene una strada? La domanda conclusiva del precedente articolo, anche se retorica (visto che la decisione è già stata presa), in realtà impone una piccola riflessione agli albori dei rapporti tra Italia e Libia, non solo alle ultime tre decadi di rivendicazioni reciproche, condite dal grave problema dell'immigrazione clandestina.

Ergo bisogna fare un salto nel passato, a quel 1911 che segna l'inizio (per l'Italia) delle ambizioni mediterranee. All'indomani di un incredibile pareggio di bilancio (all'epoca non era insolito), i governanti tricolori decisero di ritagliarsi la loro "quarta sponda" sul Mare Nostrum, occupando una fetta di territorio africano: dato che Egitto, Tunisia e Algeria erano occupati, si concentrarono sui possedimenti del disastrato Impero Ottomano, ormai sulla via della dissoluzione. Giovanni Giolitti, dunque, diede il via all'invasione, infilando Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in un unico Stato, dal nome classicheggiante di Libia.
La popolazione, composta per lo più da arabi e berberi (gli occupanti turchi erano poche migliaia), accolse i nuovi "padroni", mentre i Senussi, confraternita militare-religiosa, partì combattendo una guerra di resistenza contro tutto e tutti (la liberazione algerina, al confronto, fu una passeggiata), a dispetto dell'esiguità numerica, in questo sostenuta da chi non vedeva di buon occhio l'espansione mediterranea dell'Italia.

L'Italia, che differentemente da quanto ripete Gheddafi, combattè la propria guerra di "occupazione" solo contro i Senussi, evitò, per quanto possibile, repressioni semplicistiche. Dopo aver sedato la ribellione delle province interne (ove i Senussi avevano un buon appoggio), l'Italia iniziò una politica di colonizzazione attiva, arrivando a prospettare l'integrazione della Libia nell'amministrazione italiana: vennero costruite diverse infrastrutture ( famosa rimane la Via Balbia, poi lasciata alle sabbie da Re Idris e compagni), venne concessa la cittadinanza "libica" ai cittadini delle quattro province costiere (con diritti che gli omologhi delle altre potenze europee non si sognavano), fu implementato anche un cospicuo programma agricolo.

A rimarcare l'affidabilità dei rapporti italo-libici, va menzionato che svariati libici militarono con onore tra le fila delle Armate italiane nelle guerre del 1935-36 (Abissinia) e 1940-42 (Campagna d'Africa) come i (giustamente) celebrati Ascari.
Queste circostanze Gheddafi le ignora dolosamente, credendo nella e diffondendo la favola dell'indipendenza di Re Idris (un Senusso egli stesso), che invece era ne più nè meno un fantoccio di USA e GB, Stati a cui, a norma del codice civile, dovrebbero essere richiesti i danni in prima battuta.

Evidentemente, se lo Zio Silvio si è recato nella tenda del Colonnello, questa strada si è rivelata impraticabile: allora il premier italiano ha raccontato le sue quattro barzellette (che probabilmente il suo ospite conosceva bene, dato che la TV italiana gode di ottima ricezione a Tripoli e dintorni) e ha steso la "generosa" mano italica, in cambio di un aiuto nella repressione del traffico umano. Dubitando della forza navale della Libia, l'Italia dovrà pattugliare nuovamente la sua storica quarta sponda: un evento alquanto beffardo, visto che la Repubblica sta già tutelando i confini di Montenegro e Albania, quasi a suggellare tra corsi e ricorsi, i confini del 1939. (2. Fine)

venerdì 12 dicembre 2008

Gheddafi e gli scomodi scheletri nell'armadio (parte 1)

Era il 1986 quando Gianna Nannini cantava "Bello e impossibile", dedicata (pare) al Colonnello Gheddafi, dittatore della Libia e paladino terzomondista. Nel ventennio trascorso da quella canzone molte cose sono cambiate: alcune in peggio, altre (la maggioranza, per fortuna) in meglio.
Da un lato appaiono lontani i tempi in cui la Libia era vista come Paese Canaglia, ricettacolo di ogni possibile male, possibilmente in salsa terrorista o sovietica. Dall'altro l'ex colonia italiana ha decisamente optato per il traffico umano, meno disdicevole del terrorismo ma altrettanto remunerativo.
Proprio per debellare la piaga dell'immigrazione clandestina il nostro premier si è recato a Tripoli per trattare con il capo della Jamāhīriyya e trovare un accordo in tal senso. Si è parlato di tante cose, tra cui affari e Storia, pretesti e mezze verità, arrivando alla fine ad un do ut des molto significativo, sia dal punto di vista economico che da quello politico.
Per comprendere appieno la valenza dell'accordo italo-libico concluso da Berlusconi occorre fare un passo indietro.

La storia recente delle relazioni italo-libiche non è improntata alla reciproco rispetto dopo l'indipendenza (1951), la Libia fu retta dalla monarchia di Re Idris: una veste di democrazia parlamentare (con tanto di costituzione) per giustificare il protettorato angloamericano per via del petrolio e del gas sepolti nel sottosuolo dello "scatolone di sabbia".
Dopo il golpe militare del 26 agosto 1969, il colonnello Muhammar Gheddafi iniziò una veemente politica nazionalistica, in spiccata chiave anti-italiana: prima sottopose i nostri connazionali a vessazioni crescenti (compresa la confisca dei beni), poi li espulse il 7 ottobre 1970, festeggiando tale data come Giornata della Vendetta. Non contento, da quel momento, iniziò a chiedere "risarcimenti" per il dominio coloniale pregresso. Poche parole invece sui 25 anni di dominio inglese e americano.

Uno Stato normale (l'Italia non lo è, sia ben chiaro) avrebbe interrotto ogni rapporto con Gheddafi, un po' sulla falsariga di quanto accaduto tra USA e Cuba. Viceversa svariati politici preferirono continuare i propri legami con Tripoli, sebbene altri uomini di Stato serbassero in segreto la speranza di esautorare il Colonnello. E qualche volta (come racconta l'ex gladiatore Nino Arconte) si andò vicino al golpe, finendo tuttavia in un nonnulla per le influenti amicizie che il Colonnello poteva (e può) vantare nel nostro Paese, amicizie che si rivelarono molto utili anche per il caso di Ustica e per l'eliminazione di oppositori da noi rifugiati.
A livello internazionale, sia gli Inglesi che gli Americani ridimensionarono Gheddafi: i primi ,con il pretesto dell'assassinio della poliziotta londinese Yvonne Fletcher (17/04/1984), cacciarono il corpo diplomatico libico; i secondi, come ritorsione per l'attentato alla discoteca berlinese La Belle (05/04/1986), bombardarono diverse città libiche.
A distanza di anni i due eventi non sono ancora chiari: sulle responsabilità permangono ancora controversie, però lo scopo che si prefissero USA e Regno Unito fu raggiunto, con conseguente demonizzazione della Libia.

Nel secondo caso, quando l'allora presidente USA Ronald Reagan ordinò il bombardamento di Tripoli, Gheddafi si salvò grazie ai suoi contatti con Bettino Craxi, all'epoca non molto amico dello Zio Sam (si rammenti la crisi di Sigonella, avvenuta nell'ottobre del 1985).
La pretestualizzazione si spiega perché Thatcher e Reagan, all'epoca capi di Governo dei rispettivi Paesi, necessitavano di casus belli contro la Libia, la quale stava allargando le sue mire nel Mediterraneo (si parlò persino di un affitto della base navale di Tobruk alla Flotta Meridionale Sovietica), tantò da diventare lo Stato Canaglia per definizione, protagonista in svariate serie TV, film, libri e persino videogiochi.

Fin qui, tuttavia, vi erano pochi eventi per spingere ad un'azione di massa contro il regime del Colonnello Gheddafi, per lo meno sino al 21 dicembre 1988, quando esplose il volo Pan Am 103 sopra la cittadina scozzese di Lockerbie. Nonostante svariati indizi puntassero al di fuori della Libia, quest'ultima venne etichettata come "colpevole", non differentemente da quanto accadde nel 2001 con Al Qaeda per gli attentati dell'11/09.
A causa di questo attentato, la Comunità Internazionale sottopose Tripoli ad un rigido embargo, durato sino al 1999, quando vennero consegnati i presunti colpevoli alla polizia scozzese al fine di tenere un processo, quanto più equo possibile, presso la base Nato di Camp Zeist in Olanda.
Alla fine, dopo la condanna dell'unico imputato riconosciuto colpevole, (l'altro fu assolto) i libici pagarono tutti i risarcimenti richiesti dalle parti civili, venendo riammessi nelle Organizzazioni internazionali.

Pertanto, con un simile curriculum nelle relazioni estere, ci sarebbe più di un motivo per chiedersi a quale titolo la Libia richieda risarcimenti. La colonizzazione italiana durò meno di 30 anni, mentre il giogo anglo americano rimase per pari tempo sul regime di Re Idris. Senza contare che il petrolio, dopo la Rivoluzione, arricchì i governanti (il clan Gheddafi in primis, che è al potere da quasi 40 anni) rendendo possibile qualche follia terroristica (il Colonnello sostenne pure terroristi, tra cui il famoso Carlos lo Sciacallo) e posizioni nette nello scacchiere (come quelle assunte contro l'Iraq e Israele).

Ma tant'è, per ritornare nelle grazie dell'Occidente (nonostante i politici italioti che sono stati suoi ospiti regolari), oltre al già citato accordo tombale sugli attentati pre-1988, Gheddafi ha giocato la carta dell'emigrazione clandestina.
Come prima di lui Albania e Montenegro (ora pattugliati dall'Italia quasi fossero sue colonie), giungono barche dalle coste libiche. Viaggi che si interrompono quasi sempre in mare aperto, o per l'intervento della Guardia Costiera o per l'affondamento dei mezzi di fortuna.
Un simile traffico umano dovrebbe essere bloccato alla fonte, ma il Col. fa spallucce, permanendo nelle sue richieste di "riparazione danni coloniali", quasi fosse un registratore rotto.

I politici italiani hanno sempre trattato con molta prudenza la questione, fin quando il premier Berlusconi ha deciso di espandere la zona di influenza del Bel Paese. Evidentemente le risorse naturali libiche sono un obiettivo troppo appetibile, e la fine del traffico di "merce umana" un corollario di tutto rispetto. Parafrasando Enrico di Borbone, Tripoli val bene una strada.? (1. continua)

mercoledì 22 ottobre 2008

Padre Nostro, liberaci dall'ignoranza...

Giurin giurella: ho scritto questo pezzo all'indomani del fattaccio... ma una sfiga cosmica mi ha impedito di pubblicarlo, e poi me lo sono scordato (no, mio padre non è rimasto chiuso nell'autolavaggio... no, non ho neanche il gomito che fa contatto con il piede :)

Lo confesso: ho peccato, anzi, sto peccando in questo preciso momento. Non che la cosa sia grave, in realtà: sto semplicemente scrivendo di qualcosa che ho sentito. In giuridichese trattasi di testimonianza de relato.
Qual è il reato, pardon l'argomento di questo post? Una domanda di Chi Vuol Essere Milionario, posta da Gerry Scotti ad un malcapitato concorrente.
Purtroppo non ero a casa in quel preciso momento, (in gita nel biellese) ma, essendo raggiungibile telefonicamente, qualcuno mi ha chiamato chiedendomi "Chi è stato il primo a recitare il Padre Nostro?". Prima ancora di capire chi ci fosse all'altro capo del telefono, ho risposto che il primato spetta a Gesù (per lo meno nella formulazione della preghiera a noi nota) sebbene gli Ebrei del tempo ne recitassero una versione leggermente differente.
Scambio di saluti con il mio interlocutore e poi di nuovo in marcia: per sapere come era andata a finire, ho dovuto ricevere un link da Damiano (a sua volta frequentatore di Mediaset) con il minieditoriale di Massimo Gramellini.

Una domanda traditrice, direi di prim'acchito, tant'è che il malcapitato concorrente si è rivolto al pubblico. Posso comprendere una certa agitazione nel rispondere, ci sono passato mio malgrado (il quesito che mi fu posto era "chi diede da bere a Gesù?). Mi stupisce, casomai, come i solerti autori di CVEM - Endemol, si siano fatti sfuggire, dalle maglie della loro eccellente selezione, una carenza di un "candidato" sulla religione cattolica nella (ormai ex) cattolicissima Italia.
Dopo 36 domande a risposta aperta (o la sai o la sai), una prova simulata di CVEM con due autori/autrici e una telefonata a domicilio da parte della redazione, si pensa che, "dito più veloce a parte", i problemi dovrebbero essere ormai alle spalle... Evidentemente la Provvidenza ci mette del suo perché non sia sempre così.

martedì 21 ottobre 2008

Viaggio nell'incomprensibile con Voyager: le Pietre di Ica

"I want to believe" recava il celebre manifesto di X Files, telefilm simbolo per un'intera generazione alla ricerca di misteri e, magari, di soluzioni. Oggi dopo più di una decade, 9 stagioni e due film (l'ultimo è inguardabile), quella dichiarazione, che ha influenzato gli interessi di molti, (me compreso) risuona un pochino beffarda nei miei ricordi. Specialmente se paragono quegli anni (e quei "formidabili" misteri) a questi, che età a parte, mi paiono più una degenerazione che un'evoluzione.

A metà degli anni '90 la TV non produceva nulla di concreto e Internet era in fase di rodaggio: X Files colpì l'immaginario collettivo con un impatto che oggidì è comparabile solo al fenomeno Lost. Tuttavia nell'ultima decade abbiamo assistito all'esplosione della Rete, che ha reso accessibili milioni di dati altrimenti irraggiungibili: il mondo dei misteri ne ha beneficiato, indubbiamente, ma i filtri critici che prima erano dati dalla pubblicazione cartacea (basti pensare al Giornale dei Misteri) sono venuti meno grazie alla "democrazia" internettiana.
Questo, purtroppo, non è stato l'unico "male" registrato: con la Presidenza Bush e l'innalzamento dell'allarme terroristico (di qualunque origine esso sia), l'interesse dei cd. complottisti è passato dai piccoli alieni grigi alle cospirazioni internazionali gestite da cricche ben ammanicate (anche queste preconizzate da XF). Il mondo dei misteri, stante l'esplosione di siti e e-zine, pare passato dall'analisi critica alla creduloneria, rendendo così facile il gioco al massacro da parte dei debunker.


Narrato così, sembrano passati eoni tra la mia beata ed ignorante gioventù e l'epoca odierna, ma il passo è stato meno lungo di quanto si creda, venendo agevolato da alcuni media che hanno acriticamente portato in prima serata il Mistero. Dopo qualche esperimento (MisterO con Maria Rosaria Omaggio) il genere fu tenuto a battesimo da Lorenza Foschini con Misteri, il cui argomento "eretico" veniva bilanciato dalla presenza in studio di ospiti, più o meno autorevoli, divisi in opposte fazioni: programma interessante, che a partire dal 1994 pur con qualche svarione (tipo la semi-bufala di Santilli) portò ascolti , informazione e dibattito nelle case di tutti gli italiani.

Dagli anni '90 ad oggi sarebbe stato lecito aspettarsi un'evoluzione del genere, quantomeno dalla TV di Stato (che viene mantenuta soprattutto dai contribuenti): viceversa pare esserci stato un abbassamento della qualità, il cui esempio massimo rimane Voyager, ideato e condotto da Roberto Giacobbo. Costui, dopo anni di onesta militanza (prima da redattore creativo, poi da presentatore) dovette passare da reti minori per riproporre contenuti simili a quelli di Misteri (di cui Giacobbo era uno degli autori): nel 1999 arrivò così Stargate su TMC (ora La7) spinto dall'omonimo telefilm di fantascienza che lo precedeva.
Nel 2003 il nostro tornò da Mamma Rai, mentre La7 passò la sua creatura al noto scrittore Valerio Massimo Manfredi, riducendo nel contempo i contenuti originali. La trasmissione divenne una sorta di scatolone vuoto, come pure la gemella Atlantide: evidentemente era meglio acquisire i documentari di Discovery e History Channel piuttosto che produrre in proprio: ilogica conseguenza di questa politica è stato il crollo degli ascolti.
Giacobbo, viceversa, ha raccolto un discreto manipolo di fan: prezzo di questa crescita è stata la progressiva perdita di qualità, mostratasi sotto forma di carenza di senso critico nelle proprie indagini.


Intendiamoci, qualche licenza poetica mi non sarebbe dispiaciuta, però quando lo spettatore assiste alla diminuzione dei filtri tra Realtà e Finzione, allora qualche dubbio può ben sorgere. E' stata questa caratteristica a farmi desistere dal vedere Voyager: sia chiaro, non sono mai stato un fan dell'informazione omologata di Piero Angela e figlio nè tantomeno un sostenitore del CICAP, ma guardare una puntata di Voyager è uno strazio insopportabile.
Venerdì scorso (17 ottobre) mi sono fatto forza, visto che all'ordine del giorno vi era la trattazione delle controverse "Pietre di Ica": dopo quasi un'ora di aria fritta ho realizzato che finché permane Giacobbo, i Guardiani del Sistema (CICAP in testa) possono dormire sonni tranquilli. La faciloneria nell'analizzare fenomeni e personaggi è stata tale che i "si dice", "in via confidenziale", "si pensa" hanno vinto la loro lotta con la logica e il buon senso.

Procediamo con ordine: le Pietre di Ica sono peculiari perché recano incisioni di animali sconosciuti o di scene "incompatibili" con l'evoluzione umana conosciuta (trapianti di vari organi, combattimenti tra uomini e dinosauri, osservazioni astronomiche).
In passato sia la BBC che lo Skeptical Dictionary hanno analizzato il caso, stabilendo la falsità delle pietre in questione: Voyager avrebbe potuto effettuare una sorta di "processo d'appello", rianalizzando testimoni e reperti, presentandone le risultanze allo spettatore. Purtroppo non è accaduto nulla di tutto questo.


Nel 1966 si apre la saga di Ica, piccola cittadina peruviana, quando il medico condotto Javier Cabrera Durquea (JCD per brevità) viene ripagato di una visita ad un campesino con una pietra recante l'incisione di uno "strano" pesce. Il dottore utilizza questo dono come soprammobile e non sembra dargli peso finché un paio di anni più tardi un amico biologo, in visita presso di lui, identifica il soggetto inciso come un "pesce estinto": primo dubbio, lo sapevano i due, che esiste il celacanto, ri-scoperto proprio negli anni '50?
Lasciato insoluto questo primo interrogativo, scopriamo che a quel punto JCD richiama il suo campesino donatore e si fa indicare il punto dove ha raccolto la prima pietra, scoprendone a sua volta molte altre: da notare che in quarant'anni JCD non svela a nessuno dove ha raccolto il suo "solido" patrimonio, aggiungendo in tal modo dubbi sulla sua credibilità.

Il totale della raccolta ammonta a circa 11.000 (undicimila) pezzi, e qualche generico dubbio sulla loro genuinità potrebbe venire. Si scopre che due campesinos hanno riconosciuto le loro colpe (o i loro meriti?), ma l'ineffabile Giacobbo nega ogni valore a questa dichiarazione, in quanto in Perù il traffico di reperti è sanzionato molto più duramente rispetto alla semplice contraffazione. In effetti migliaia di pezzi per due soli autori sono un po' troppi ma nulla esclude che la filiera del falso possa essere più estesa di quanto riferito.
Un altro aspetto, particolarmente controverso, riguarda i soggetti ritratti: interventi chirurgici a cuore aperto, parti cesarei, cannocchiali, uomini e dinosauri insieme, trapianti di cervello, di cuore e di reni, macchine volanti. Non si può parlare di falso, rilancia Voyager, anche perché il prezzo (esiguo) a cui queste pietre vengono vendute ai turisti, non sostiene i lavoro profuso. Probabilmente, maligno io, qualcuno ha inventato il masterizzatore di pietre. Più verosimilmente le incisioni non richiedono questa grande fatica, per le seguenti ragioni:
1. Lo strato superficiale dell'andesite (il materiale delle pietre) non è così duro come vogliono farci credere, quindi le incisioni non richiedono sforzi sovrumani.
2. Le immagini incise sono quasi infantili, stilizzate. Non sono paragonabili alle tavole di Leonardo, per intenderci. Chiunque avrebbe potuto prendere ad esempio fumetti o fotografie e realizzarne (brutte) copie su pietra.

Ergo ogni pietra non richiede giorni di lavorazione, ma tutt'alpiù poche ore.

Il meglio di Giacobbo arriva con le affermazioni "autorevoli" piazzate a bella posta: Il "mondo accademico" e la "Scienza" prima datano le pietre a 12.000 (dodicimila) anni poi, visto che ciò costringerebbe a riscrivere i manuali di Storia, non accettano i risultati.
Parlare di "Scienza" è fuorviante: esiste una comunità scientifica, che raggruppa scienziati con diverse opinioni nei rispettivi campi del sapere. La datazione, poi, sembra effettuata a spanne: non potendosi utilizzare il radiocarbonio (a meno che le pietre siano esseri viventi :), cosa potranno avere mai usato gli scienziati?

Un'altra obiezione, poi, riguarda la mancanza di riferimenti storici: sarà che gli Incas non hanno lasciato molte testimonianza scritte (i conquistadores non avevano fama di bibliofili), ma vi sono solo due citazioni riguardanti le pietre. La prima nelle Noticias Historiales dello spagnolo Pedro Simon (1626), tutt'ora conservate alla Bibliotheque Nationale di Parigi; la seconda, abbastanza vaga, di un tale Juan de Santa Cruz, afferma che "pietre di potere" venivano incluse nel corredo funerario dei notabili Incas. Abbastanza poco per pietre che dovrebbero riscrivere la Storia.

A questo punto, dopo la rivelazione confidenziale sull'esame dei militari, la datazione precedente viene contraddetta dal dr. Cabrera, che in un'intervista resa poco prima di morire (nel 2002) data le pietre a 65 milioni di anni fa, ossia all'epoca della scomparsa dei dinosauri. Un'affermazione decisamente forte, che infatti Giacobbo tenta di ammorbidire arrampicandosi sugli specchi: non è possibile, dice il nostro eroe, che esista una "bolla ecologica" (o più bolle) in cui i dinosauri sono sopravvissuti? E via con le testimonianze, dall'Amazzonia ai Nativi americani, dimenticandosi però di Nessie in Scozia e del Mokele m'bembe in Camerun. Come prima, di risposte neanche l'ombra: in compenso si ipotizza che la presenza dell'Uomo possa essere retrodatata. E menomale, dico io!

Purtroppo anche questa è una falsa pista: appare tale Dennis Swift, cordiale ricercatore (termine un po' troppo vago) che parla delle raffigurazioni degli Anasazi (un mistero nel mistero, visto che sono scomparsi lasciando pochissime tracce), poi vengono citati in ordine sparso dei veri e propri OOPART (Out Of Place Artefacts - Oggetti fuori dalla loro epoca), ma quest'elencazione pare più una cortina fumogena che un punto a favore della veridicità delle pietre di Ica. Alla fine salta fuori ancora l'aneddoto di Peter Tompkins (pace all'anima sua), secondo cui una particolare erba, trattata e distillata, potrebbe essere il segreto per manipolare la pietra (si citano le Mura di Cuzco).

Voyager potrebbe concludere qui la sua trattazione, ma Giacobbo continua con le mitiche analisi: da un esame su due pietre della collezione Cabrera (esame in cui sarebbero andate rotte due lame diamantate) non arrivano risultati univoci, tant'è che alla fine rimane il solito dubbio, il solito mantra della "Scienza che non dà risposte definitive". A questo punto mi chiedo se la trasmissione sia diventata un ricovero per filosofi del dubbio, anzichè un contenitore giornalistico. La mia domanda purtroppo è retorica, ma vedo che c'è qualcuno messo peggio di Giacobbo: la scrittrice (di cosa, verrebbe da chiedersi) Maria Carmen Olazar racconta che l'Universidad Autonoma de Madrid ha effettuato analisi sul alcune pietre, simili a quelle di Ica, ritrovate da un'altra èquipe in luogo diverso rispetto a quello di Cabrera. La datazione spazia da un massimo di 99.000 anni fa sino al V sec d.C. : anche in questo caso piacerebbe conoscere il metodo utilizzato, nonostante i proclami di Giacobbo sul dover riscrivere la Storia (casomai queste pietre dovessero essere dichiarate autentiche, così en passant).

Potrebbe finire così? No (e due), lo strazio è destinato a durare con le analisi di Swift, il quale, parlando di analisi comparativa rivela che un laboratorio a cui ha portato alcune pietre (una falsa, due vere) ha distinto quelle originali. Chiaramente il nome di detto laboratorio non è stato detto, però quantomeno si è proseguiti citando a senso gli accumuli di salnitro. Peccato che Giacobbo si dimentichi di citare le precedenti analisi di Vicente Paris, che scoprì tracce di moderna carta vetrata.

Qui è finita la parte dedicata al mistero di Ica. Deogratias, verrebbe da dire (e infatti lo dico :). I coraggiosi (o masochisti, dipende dai punti di vista) che hanno continuato nella visione della puntata potrebbero continuare quest'odissea nello strazio. Oggi, per fortuna di chi legge, ho esaurito le energie, per cui accontentatevi di sapere che hanno parlato di abduction (unica cosa intelligente l'intervista al prof. Jacobs, inopinatamente tagliata e ricucita), cerchi nel grano (con filmati interessanti), la vita "segreta" di Jules Verne e l'immancabile Rennes le Chateau :). That's all folks!

domenica 19 ottobre 2008

La privacy di Internet: il caso Facebook

Facebook è il nuovo fenomeno della Rete: dopo Messenger e Skype per (video)chiamare gratis, dopo Youtube con i video a richiesta, è stata la volta dei social network, reti sociali in cui ordinare i proprio contatti secondo il settore di "conoscenza". Abbiamo così Facebook, Badoo e MySpace , più orientati verso il tempo libero, LinkedIn e Viadeo diretti su lavoro e professioni.
Queste "piazze virtuali" hanno consentito ai partecipanti di estendere la propria vita anche dal punto di vista telematico. Già Second Life ha tentato un approccio di questo genere, ma tra virtuale e reale permane una separazione netta: viceversa Facebook, il social network più popolare, ha consentito una transizione "morbida" tra Mondo e Internet, rendendo veramente alla portata di tutti la creazione di un profilo telematico, ossia di un avatar (incarnazione in sanscrito) con cui muoversi nella Rete. Il successo di questa innovazione è stato tale che i media hanno recepito prontamente l'onda lunga del successo, tanto da riservare regolarmente spazi al nuovo fenomeno, quasi a voler "sbattere il mostro in prima pagina". Meccanismi mediatici già visti e rivisti, che tuttavia paiono cogliere nel segno, soprattutto quando si tratta di audience (Youtube docet).

Tale novità, e qui sta il punto più importante, non poteva passare inosservata agli occhi dei Garanti UE della Privacy, che hanno incalzato FB e consimili sino a raggiungere il primo risultato: da ieri (sabato 18) è impossibile trovare dati tramite una ricerca da Google. Ergo, se qualcuno vuole notizie sull'account di una specifica persona deve prima iscriversi alla piazza virtuale e poi effettuare la ricerca in loco.
Non una cosa trascurabile, no di certo. Tuttavia, nessuno ignora che una volta espletata la prima formalità (l'iscrizione), il "ricercatore" non ha che da creare o inserirsi in una cerchia più ristretta di amicizie (fan club, ex alunni, gruppi di interesse: esiste comunque la possibilità di "richiedere l'autorizzazione" per impedire a chicchessia la visione di dati "personali") venendo poi ad acquisire luna discreta mole di notizie, che poi possono essere divulgate al di fuori della cerchia originale.
E' una disavventura che può capitare a chiunque: basti pensare a Sarah Palin (candidata repubblicana nel ticket presidenziale) la gravidanza della cui figlia è stata corredata di notizie tratte da Facebook, e più precisamente dal profilo del futuro padre (per la serie "nessuna buona azione rimarrà impunita").

Questo è quanto. Rimane palese che non si può più essere trascinati dai vari fenomeni di turno, pretendendo di volta in volta o l'applicazione di anacronistiche norme (diritto d'autore e Youtube) o l'invocazione del lassez faire: queste situazioni di confine saranno sempre più frequenti e il Diritto è chiamato a tracciare la rotta, non a seguirla.

domenica 12 ottobre 2008

Piuttosto che niente, meglio piuttosto? Riflessioni economiche assortite

Tra alti e bassi, la crisi è arrivata. Intendiamoci, non che ci sia una massa di straccioni per le strade, per lo meno non ancora. La crisi, come canta Morgan nel brano omonimo, c'è sempre quando qualcosa non va. Da tempo qualcosa ostruiva gli ingranaggi della vita economica e finanziaria di buona parte dell'Orbe terracqueo? Domanda retorica, con il senno di poi: una, dieci, mille bolle speculative, dal grano al petrolio, dalla borsa immobiliare alla concessione di mutui non garantiti. Fino alla possibile monetarizzazione dell'acqua, prossimo obiettivo in agenda per i burattinai dell'economia.

Tornando alla crisi, il lungimirante Tremonti lo aveva detto tempo addietro: obbligato a fare le nozze con i fichi secchi, ossia sistemare i conti pubblici dello Stato italiano, aveva posto l'accento sulle svendite passate del patrimonio pubblico. Con queste "rivelazioni" aveva raggiunto due obiettivi: primo, attaccare i suoi potenziali nemici (certa stampa,espressione dei potentati che beneficiarono della svendita) e secondo, porre la base per tornare a parlare di mano pubblica nel capitalismo. Quella mano pubblica concretizzata dal Regime Fascista con l'IRI nel 1933 (Beneduce domino) per frenare la Crisi del 1929 e che frenò le varie crisi posteriori. Quella mano pubblica diventata ingombrante clientelare con i vari governi democratici.

Se la ricostituzione dell'IRI pare una soluzione più temporanea che definitiva, altri sono i problemi che si sono ammassati alle porte: in particolare l'euro, di cui si torna a parlare come scudo europe contro i problemi americani. La realtà, nonostante i proclami di Prodi, è differente: la moneta unica, infatti, ha causato un'inflazione reale del 40%, o per lo meno l'ha agevolata, permettendo ai mediatori della catena economica un vero e proprio "saccheggio" a detrimento di produttori, dettaglianti e soprattutto consumatori. Tutto previsto già nel 2001 e tutto puntualmente verificatosi, senza che un solo Governo (di destra o di sinistra poco importa) facesse qualcosa. Ora se qualcuno si chiede che fine abbiano fatto gli italiani rispamiatori, meglio rispondergli che quanto accumulato generazione dopo generazione, è finito tutto per tentare di arginare il disastro dell'euro. Con risultati pari o nulli, visto che ora l'italiano medio viaggia con tassi di indebitamento (mutui, finanziamenti ratealizzati, tasse) in pieno stile americano.

Una catastrofe silenziosa, quella dell'euro, che ora rischia di fare il paio con la crisi economica attuale. Gli esaltatori del libero mercato, tutti a spartirsi gli utili nei bei momenti , ora invocano la tetta dello Stato, per socializzare le perdite. Qualche mese addietro, per esempio, la Confindustria dirottò il primo Governo Berlusconi, cancellando la legge sulla class action. Ora la Presidentessa della medesima associazione blatera ancora di libero mercato: una bugia bella e buona per chi conosce la Storia, non per i Giavazzi e gli Alesina, che imbrattano il Corriere della Sera per le loro elucubrazioni.
Il mercato, per la cronaca, è SEMPRE stato drogato: il liberismo è un'utopia, come il comunismo. Basta vedere cosa succede nei civilissimi USA: se un capitalista sgarra e non è abbastanza amico di chi è al comando (o l'ha combinata troppo grossa), viene condannato con sentenze pesantissime. Basti pensare alla Enron, tra i primi contribuenti della campagna Bush, che non è stata salvata, avendo mietuto disastri oltre un certo limite.

Ci sarebbe da dire molto altro, sul 1929, sugli USA economia di guerra, sui retroscena del crollo di Lehman, ma preferisco lasciarvi con un filmato comico, che illustra alla perfezione lo stato "comatoso" del mondo bancario italiano... Buona domenica!