lunedì 21 luglio 2008

Cinema e dintorni: American Gangster

Nel mondo di Hollywood conta più l'apparenza o la sostanza? Una domanda retorica, a prima vista, sicuramente. Tuttavia, dopo aver visto American Gangster ho avuto la sgradevole impressione di aver assistito a due ore di propaganda, piuttosto che alla narrazione di fatti reali, seppur mediati dal mezzo cinematografico.
Forse mi ha tratto inganno la scritta "tratto da una storia vera", forse è stato il ricco cast (Ridley Scott alla regia, Russell Crowe contro Denzel Washington, oltre a un folto gruppo di comprimari), forse il genere, che bene o male, ha il suo pubblico di estimatori. Alla fine l'unica certezza è stata la sensazione di vuoto allo stomaco, venutami pensando a tutte le stranezze e le omissioni del film.


Intendiamoci, la trama farebbe la sua degna figura, certo, ma nel mondo di CSI, non in quello reale: Frank Lucas (Denzel Washington), gangster di New York (nel quartiere nero di Harlem) parte con la sua scalata al potere, da tirapiedi di un boss paterno (Bumpy Johnson), sino al grande colpo (l'escalation del narcotraffico). A combattere questo andazzo, si erge un poliziotto incorruttibile (Ritchie Roberts, interpretato da Russell Crowe), il quale, "tagliando fuori" i propri superiori corrotti, fa trionfare la giustizia.
Sicuramente un film godibile, a patto di NON conoscere i fatti. E questo mi ha fregato, impedendomi di venire assorbito dallo schermo. Ma veniamo ai fatti:

Primo: Un boss di Harlem si reca nel Triangolo d'Oro per accordarsi direttamente con il Kuomintang (l'esercito nazionalista cinese, sconfitto nella Guerra Civile da Mao Tse Tung) per l'esportazione di eroina, grazie alla mediazione di un sottufficiale dello US Army. La realtà è un po' diversa: il narcotraffico in Indocina fu "coltivato" dalla CIA, che dopo aver fallito il contrattacco contro l'Armata di Mao (fine anni '40), fece defluire gli accoliti di Chiang Kai Shek (a capo del predetto Kuomintang) nelle aree di confine tra Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam. I rifugiati, armi in mano, sottomisero le popolazioni locali e costituirono un'area che adibirono ad oppiocoltura (un residuato delle famigerate Guerre dell'oppio del XIX secolo). Come conseguenza logica e necessaria il narcotraffico invase Europa e USA: tonnellate di eroina arrivarono sui mercati europeo e americano, con la CIA a controllare l'approvvigionamento e il cartello dei marsigliesi a garantire l'afflusso sulle strade.

Secondo: al tempo del film (fine anni '60 e inizio '70) il progetto indocinese aveva a capo un certo Theodore Shackley (il cui nomignolo era Fantasma Biondo), capostazione CIA a Saigon. Se un sottufficiale qualsiasi fosse andato nel Triangolo d'Oro a richiedere tonnellate di eroina, qualsiasi responsabile di zona si sarebbe fatto una bella risata. Persino di fronte ad un boss di New York, il quale sarebbe rientrato nei piani solo per la distribuzione al dettaglio. Tanto più che qualche anno prima dell'exploit di Frank Lucas, un altro boss nero (Frank Matthews), tentando di imporre qualche giochetto all'Agenzia, venne costretto a sparire dalla circolazione.

Terzo: l'eroina destinata agli USA veniva trasportata nelle bare dei soldati morti, di ritorno dal Vietnam. Certo, ma non fu un'idea estemporanea (come viene presentato nel film), ma un espediente per saltare a pie' pari DEA e Agenzia delle Dogane, le due uniche entità federali americane a poter dare noie alla CIA. Tanto più che a trasferire l'eroina dal Triangolo d'Oro ai porti del Sud Est asiatico, ci pensava la famigerata Air America, società di facciata dell'Agenzia. Mentre al traffico nei porti americani e europei, l'appalto era in mano ai famigerati cartelli marsigliesi (la French Connection de "Il Braccio Violento della Legge".

Alla fine del film non si può fare a meno di pensare come il Cinema abbia completato la propria evoluzione, da pura Arte visiva a formidabile veicolo di propaganda. Non ci vuole una laurea, infatti, per capire come tramite un film la Storia può essere riscritta dalla storia: quello che una volta si faceva con legioni di pretoriani, pardon giornalisti e scrittori, oggi si fa con la celluloide. Non è un caso, infatti, se un certo George Orwell scrisse che chi controllava il Passato controllava il Futuro: senza Memoria, le nuove generazioni avrebbero perso il senso critico e la misura per valutare il Presente, pregiudicandosi di conseguenza il Futuro.

Proprio questa lezione è stata assorbita dai più grandi regimi, attenti sia al consenso interno che all'immagine esterna. Negli USA il centro nevralgico è stato senza dubbio collocato ad Hollywood, la cui produzione cinematografica risponde per gran parte a canoni fissati dalla US Information Agency (in breve USIA) ente federale che ha il compito di promuovere i film americani all'estero secondo canoni che comunque non svalutino l'American Way Of Life. Il nostro John Kleeves ne scrisse nel suo "Divi di Stato" e a ruota tanti altri, sia italiani che stranieri, continuarono l'opera.

Conseguenza di quanto predetto, American Gangster non è un film storicamente attendibile: per temi scottanti (l'inizio della diffusione della droga nella società americana, la Guerra in Vietnam) vi è di meglio. Se poi vorrete informarvi seriamente, vi consiglio "Il Libro Nero della Polvere Bianca": è veramente notevole e svela tanti fatti che contraddicono le pubbliche dichiarazioni in materia di Lotta alla Droga.

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