Agli inizi di Agosto, complici la naturale carenza di notizie "serie" e la voglia di vacanze, è spiccata come una mosca bianca la causa intentata da Mediaset contro Youtube. Oggetto del contendere è l'utilizzo di materiale trasmesso dalle reti del Biscione. Utilizzo operato dalla divisione video on line del gigante Google sulla base di materiale caricato dai singoli utenti.
Sui giornali italiani questo annuncio è apparso in prima pagina, non venendo tuttavia percepito come fulmine a ciel sereno, visto che nel recente passato e in ambiti molto meno ristretti, altre emittenti hanno operato in maniera analoga, reclamando risarcimenti milionari alla grande G. Il gigante Viacom (proprietario, tra l'altro, di MTV) ha raggiunto un accordo con Mountain View, e, presumibilmente, questo sarà il destino dell'azione legale intentata dal gruppo di Cologno Monzese.
Questa querela, sperabilmente destinata a concludersi con una transazione, offre parecchi spunti per riflettere sul mondo dei diritti di proprietà intellettuale. Già altri (più qualificati del sottoscritto) hanno scritto sull'argomento, ma mi preme sottolineare taluni aspetti poco chiari, prendendo spunto dalla mia esperienza, universitaria e lavorativa.
Nel diritto industriale, materia di studio della Facoltà di Giurisprudenza, una delle problematiche maggiori è stabilire dove inizia un diritto di sfruttamento da parte dell'autore in capo ad una propria creazione. In senso lato si parla di diritto di proprietà intellettuale, comprendendo nel genus specie diverse tra loro, come brevetti, marchi e opere artistiche.
L'eterogeneità di tali creazioni è evidente non solo in ordine all'ambito in cui si concretizzano (l'industria piuttosto che un museo o un cinema), ma anche nella disciplina normativa: un inventore, per esempio, può ideare un procedimento o una macchina, dimostrando sic et simpliciter la novità della propria opera, e dopo averne ottenuto il brevetto può sfruttarla come meglio crede.
Viceversa, nel campo delle opere artistiche (con ciò includendo sommariamente un ampio insieme di creazioni, dalla TV al cinema, dalla pittura alla fotografia) le difficoltà aumentano: basti pensare alla musica, oggetto del diritto d'autore in senso stretto, e alle problematiche tra artisti (plagi), tra artisti e case di produzione (esclusive di produzione/distribuzione), tra case di produzione e consumatori, non ultima la vexata quaestio dei file mp3 e della loro condivisione mediante appositi programmi (il peer to peer o P2P).
Insomma, l'argomento è vasto e non immune da controversie. Anzi, con l'esplosione di Internet il problema della tutela delle opere artistiche "immateriali" (ossia suscettibili di trasferimento sulla Rete) è esploso, evidenziando la spaccatura tra legge (ancorata all'impianto fondamentalmente repressivo della L. 633/1941) e realtà.
Come contemperare le ragioni degli aventi diritto e dei consumatori? E' una domanda la cui soluzione pare avere le fattezze del Sacro Graal.
Più modestamente, partendo dal caso Mediaset/Youtube, Aldo Grasso sviluppa in un articolo (apparso ad inizio agosto) una riflessione sugli interscambi operati tra i media, tradizionali (come radio e TV) e nuovi (Internet, con Youtube in pole position). Particolare attenzione viene posta su alcuni programmi del duopolio televisivo e sul loro modo di intendere il copyright: senza un accordo sottobanco (o per lo meno, un gentlemen's agreement) Blob e i vari Mai Dire... non potrebbero esistere, in quanto utilizzano materiale della concorrenza. Viceversa non solo esistono, ma prosperano pure, per merito della peculiare situazione italiana. Non che manchino le eccezioni, visto che per utilizzare il proprio materiale, Disney Channel richiede un'autorizzazione scritta, rendendo con ciò impossibile un incrocio con altre reti. Evidentemente ci sono altri obiettivi ed altre priorità, rispetto a quelli delle corazzate italiche.
Tuttavia è evidentemente come la SIAE (sentinella del diritto d'autore nel BelPaese) nella situazione sia stata aggirata. Nonostante le dichiarazioni, scontate a dir la verità, del Presidente Giorgio Assumma, il quale si limita a ribadire le draconiane richieste di Mediaset, senza proporre soluzioni alternative.
Fin qui tutto bene? A mio avviso no, visto che sfugge un particolare essenziale: i contendenti della querelle non sono consumatori e produttori (come nel P2P), ma produttori stessi, contraenti forti per definizione. A questo punto una discussione sui massimi sistemi, per quanto interessante sia, è fuorviante: nessuno può dubitare che Google e Mediaset abbiano l'interesse di accordarsi sullo sfruttamento dei reciproci materiali.
L'alternativa è una sterile guerra di trincea giudiziaria: allora si che ci rimetterebbero i consumatori.
Sui giornali italiani questo annuncio è apparso in prima pagina, non venendo tuttavia percepito come fulmine a ciel sereno, visto che nel recente passato e in ambiti molto meno ristretti, altre emittenti hanno operato in maniera analoga, reclamando risarcimenti milionari alla grande G. Il gigante Viacom (proprietario, tra l'altro, di MTV) ha raggiunto un accordo con Mountain View, e, presumibilmente, questo sarà il destino dell'azione legale intentata dal gruppo di Cologno Monzese.
Questa querela, sperabilmente destinata a concludersi con una transazione, offre parecchi spunti per riflettere sul mondo dei diritti di proprietà intellettuale. Già altri (più qualificati del sottoscritto) hanno scritto sull'argomento, ma mi preme sottolineare taluni aspetti poco chiari, prendendo spunto dalla mia esperienza, universitaria e lavorativa.
Nel diritto industriale, materia di studio della Facoltà di Giurisprudenza, una delle problematiche maggiori è stabilire dove inizia un diritto di sfruttamento da parte dell'autore in capo ad una propria creazione. In senso lato si parla di diritto di proprietà intellettuale, comprendendo nel genus specie diverse tra loro, come brevetti, marchi e opere artistiche.
L'eterogeneità di tali creazioni è evidente non solo in ordine all'ambito in cui si concretizzano (l'industria piuttosto che un museo o un cinema), ma anche nella disciplina normativa: un inventore, per esempio, può ideare un procedimento o una macchina, dimostrando sic et simpliciter la novità della propria opera, e dopo averne ottenuto il brevetto può sfruttarla come meglio crede.
Viceversa, nel campo delle opere artistiche (con ciò includendo sommariamente un ampio insieme di creazioni, dalla TV al cinema, dalla pittura alla fotografia) le difficoltà aumentano: basti pensare alla musica, oggetto del diritto d'autore in senso stretto, e alle problematiche tra artisti (plagi), tra artisti e case di produzione (esclusive di produzione/distribuzione), tra case di produzione e consumatori, non ultima la vexata quaestio dei file mp3 e della loro condivisione mediante appositi programmi (il peer to peer o P2P).
Insomma, l'argomento è vasto e non immune da controversie. Anzi, con l'esplosione di Internet il problema della tutela delle opere artistiche "immateriali" (ossia suscettibili di trasferimento sulla Rete) è esploso, evidenziando la spaccatura tra legge (ancorata all'impianto fondamentalmente repressivo della L. 633/1941) e realtà.
Come contemperare le ragioni degli aventi diritto e dei consumatori? E' una domanda la cui soluzione pare avere le fattezze del Sacro Graal.
Più modestamente, partendo dal caso Mediaset/Youtube, Aldo Grasso sviluppa in un articolo (apparso ad inizio agosto) una riflessione sugli interscambi operati tra i media, tradizionali (come radio e TV) e nuovi (Internet, con Youtube in pole position). Particolare attenzione viene posta su alcuni programmi del duopolio televisivo e sul loro modo di intendere il copyright: senza un accordo sottobanco (o per lo meno, un gentlemen's agreement) Blob e i vari Mai Dire... non potrebbero esistere, in quanto utilizzano materiale della concorrenza. Viceversa non solo esistono, ma prosperano pure, per merito della peculiare situazione italiana. Non che manchino le eccezioni, visto che per utilizzare il proprio materiale, Disney Channel richiede un'autorizzazione scritta, rendendo con ciò impossibile un incrocio con altre reti. Evidentemente ci sono altri obiettivi ed altre priorità, rispetto a quelli delle corazzate italiche.
Tuttavia è evidentemente come la SIAE (sentinella del diritto d'autore nel BelPaese) nella situazione sia stata aggirata. Nonostante le dichiarazioni, scontate a dir la verità, del Presidente Giorgio Assumma, il quale si limita a ribadire le draconiane richieste di Mediaset, senza proporre soluzioni alternative.
Fin qui tutto bene? A mio avviso no, visto che sfugge un particolare essenziale: i contendenti della querelle non sono consumatori e produttori (come nel P2P), ma produttori stessi, contraenti forti per definizione. A questo punto una discussione sui massimi sistemi, per quanto interessante sia, è fuorviante: nessuno può dubitare che Google e Mediaset abbiano l'interesse di accordarsi sullo sfruttamento dei reciproci materiali.
L'alternativa è una sterile guerra di trincea giudiziaria: allora si che ci rimetterebbero i consumatori.

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