domenica 27 aprile 2008

Cinema e dintorni: Non è un paese per vecchi


New Mexico, 1980. L'ultima frontiera americana, stesa nella polvere del confine tra Messico e USA, è lo scenario in cui si svolge l'ultimo film dei fratelli Coen, tratto dal romanzo omonimo (2005) di Cormac McCarthy. Grandi cambiamenti sono all'orizzonte, il reaganismo sta per trionfare, i vecchi valori (che hanno reso grande l'America nell'immaginario) sono sul viale del tramonto.
Alcuni film nascono per essere visti. Altri per essere visti, rivisti e commentati. Non è un paese per vecchi si colloca di diritto nella seconda categoria. Cosa c'è di speciale in quei 122' che hanno stregato la Giuria degli Oscar? Probabilmente ad aver colpito è la trasposizione moderna dei miti di Prometeo e Pandora: in entrambi i casi c'è un oggetto proibito che è destinato a sconvolgere la vita di chi lo commette. Là il fuoco e un vaso rappresentano l'hybris (la superbia verso gli dei), qui una "banale" valigetta piena di soldi devasta la vita di una persona normale, illudendolo sino alla morte.

Tutto parte da una battuta di caccia, tra la prateria e il deserto. Il saldatore (e reduce del Vietnam) Llewelyn Moss (Josh Brolin), all'inseguimento di un cervo, trova i resti di uno scontro a fuoco, con tutta probabilità, un affare di droga andato male. Subito dopo Moss rinviene una 48 ore con 2 milioni di dollari: di fronte all'ingente somma e malgrado la sua onestà, decide di portare a casa quei soldi. Il gesto (malgrado sia ispirato dall'intenzione di migliorare le proprie condizioni di vita) darà il via a una reazione a catena.
All'inseguimento della valigetta si muovono diversi personaggi: da un lato alcuni narcotrafficanti, interessati al recupero del bottino; dall'altro un misterioso sicario (Javier Bardem), presumibilmente ingaggiato dai primi, eppure mosso da alcuni peculiari principi. L'unico a tentare di difendere Moss è il vecchio e disilluso sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), che purtroppo non riuscirà ad arrestare la marea montante. E deciderà di uscire di scena, andando in pensione.

Sintetizzato così, Non è un paese per vecchi potrebbe sembrare uno dei classici thriller, fatti solo d'azione e inseguimento. Elementi che qui non mancano, certo, ma che non connotano appieno il film. In realtà anche lo spettatore meno cinefilo non può fare a meno di sentire una certa profondità nei dialoghi, affine, per fare un paragone, a quella di Mamet. Le chiavi di lettura si sprecano, grazie non solo alla sceneggiatura (Oscar) ma anche all'interpretazione del trittico di attori. Brolin è azzeccato per un ruolo non facile, mentre il cattivo sui generis Bardem (Oscar) è semplicemente impressionante. A chiudere il circolo c'è un Tommy Lee Jones intenso come pochi, che regala un altro personaggio antitetico a John Wayne, eppure parimenti campione dell'americanità.
E' proprio lui a chiudere il film, dandone la cifra complessiva. Come in Nella Valle di Elah aveva innalzato al contrario una bandiera a stelle e strisce, qui un suo sogno riannoda un passato certo ma sanguinoso ad un futuro incerto che attende. Nel buio, forse c'è un fuoco di speranza.

sabato 19 aprile 2008

La Giustizia italiana secondo il Mago di Taormina

Giusto per ridere un po' sulla situazione della Giustizia italiana (e su certi eccessi mediatici) ecco altre "taorminate" di Maurizio Crozza




venerdì 18 aprile 2008

Piccole lezioni dal grande valore

Cari Ventisei lettori,
Qualche giorno addietro, avevo posto una domanda retorica, chiedendomi il valore delle persone. Rispondevo che un metodo non esiste: in realtà secondo un vecchio adagio i veri amici si vedono nel momento del bisogno. Non si può non convenire come nelle situazioni difficili emerga la vera natura insita in ognuno di noi.
Recentemente ho affrontato qualche scossone affettivo: indubbiamente una cosa positiva, visti i miei rapporti conflittuali con l'Altra Metà del Cielo ;-). Tuttavia la situazione era arrivata ad una empasse, che, ahimè, non si è risolta per il meglio. Viceversa ho avuto conferma del valore dei miei amici (e amiche), che non hanno lesinato pazienti suggerimenti. Qualcuno seguito, qualcun altro meno (sono troppo crapa de scagnel :-): alla fine hanno contribuito al bilancio anche se è stato un altro il fattore determinante.

Senza arrivare al famoso assunto kantiano (il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me), ho scoperto di avere già una bussola interna per tracciare (seguire) la rotta. Una bussola fornita dal cuore (quello che per Erasmo da Rotterdam ha sempre ragione :-)
Pertanto ho optato per una scelta netta anziché per un compromesso. Ho preferito rischiare (e perdere) anziché continuare nella nebbia affettiva in cui ultimamente mi ero perso.
A questo punto un grazie alla controparte per la sincerità mostrata (è merce rara e come tale preziosa), massimo rispetto per la sua scelta, e niente "interferenze" nei suoi rapporti. Solo il tempo dirà se questo è un arrivederci o un addio. Comunque, tanto dovevo e tanto ho reso.

Quindi cari lettori, niente paura: non ho attacchi di calimerite, rimpianti o voglia di cancellare ciò che ho scritto per Lei. Il vittimismo lo lascio agli interisti :-) dei bei vecchi tempi (quando il Milan vinceva). Ora preferisco di gran lunga un dignitoso cambio di direzione e un buon film (stasera Hitch).

I'm walking away / Nothing stays, these feelings have wings
(
Umbrellas - Ships)

martedì 15 aprile 2008

Nucleare italiano e certe ambizioni politiche

Domenica notte, mentre tornavo da una piacevole serata trascorsa in quel di Biella, non potevo non ricordare come il Piemonte, a cavallo degli anni '70-'80, avesse rappresentato la punta di diamante della grandeur atomica italiana. Infatti negli anni d'oro ben tre impianti sorgevano nella terra dei Savoia: Bosco Marengo (produzione combustibile nucleare), Trino Vercellese (centrale a fissione) e Saluggia (ritrattamento combustibile esausto).
Questo ricordo potrebbe sembrare un refolo di malinconia, ma se in una giornata tersa si transita sulla Milano-Torino, guardando verso sud (all'altezza dello svincolo con l'A26) non si possono non notare le monumentali torri di raffreddamento di Trino: archeologia industriale allo stato puro, e pure un grosso monito alle future generazioni.



Non finisce qui, purtroppo. Per la solita sincronicità che mi perseguita (preferisco i Police a C.G. Jung), lunedì mattina un titolo allarmante campeggiava sulla prima pagina del Corriere Economia: l'Enel (con l'implicito avallo di Confindustria) chiede fondi allo Stato per costruire nuove centrali nucleari. Mentre negli altri Paesi c'è una moratoria sull'utilizzo dell'atomo (per la fissione), in Italia ci sono rimpianti per il referendum del 1987, che sancì di fatto la fine dell'uso dell'atomo. A dispetto di ciò, da qualche anno esiste una lobby trasversale che si insinua in entrambi gli schieramenti politici per saltare a pie' pari la volontà popolare. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

Ai sostenitori del nucleare vorrei porre qualche domanda sparsa:
1) Il rendimento del reattore a fissione arriva al massimo all'1%. E' così basso in genere che neanche le 4 centrali per le metropoli italiane (Trino per Torino, Caorso per Milano, Latina per Roma e Garigliano per Napoli) coprirono più del 20% del fabbisogno energetico delle predette città.
2) L'inquinamento da trizio. Nella reazione di fissione dell'uranio viene prodotto un radioisotopo dell'idrogeno, che tende a sostituire l'elemento originale con sommi danni per ambiente e esseri umani. In tal senso si segnalano le ricerche del dr. Marco Marotta e della d.ssa Helen Caldicott.
3) Le scorie. Già questo argomento (lasciato appositamente in fondo :-) dovrebbe chiudere ogni discussione, visto che, a meno di non prendere un bel reattore di Santilli (senza garanzie sul suo funzionamento), non esiste sistema per abbattere la radioattività se non il fattore tempo (di decadimento). Ergo anni, anni e anni ancora .

Pertanto, il proclama, pardon, l'ultimatum del Corriere ("nucleare o morte energetica") equivale ad un'estorsione. Non importa che si tiri fuori il solito vecchio argomento (la vicinanza con altri Paesi dotati di impianti atomici): l'uranio ha costi primari sempre crescenti perché l'estrazione è limitata (un po' come accade per il petrolio), anche per tenerne alto il prezzo. Per non parlare dei costi secondari (lo smaltimento, questo sconosciuto), che saranno sostenuti dalla paterna mano statale, secondo il notorio detto "privatizzare gli utili e socializzare le perdite", vero faro dei neoliberisti de' noantri. Se è andato bene per gli anni d'oro della FIAT, perché non deve funzionare per le "grandi opere" che tanto successo riscuotono nei meandri del Governo? Dalla TAV (che ha trasformato la Milano-Torino in uno slalom unico) al Ponte sullo Stretto, mi sembra di sentire le parole di Johnny Stecchino ("qui è tutto un magna magna generale"). Con qualsiasi colore a Palazzo Chigi la variante in corso d'opera rimarrà la prima voce dell'economia italiana :-).

Il Cuore ha sempre ragione

Sarà che ho provato la Dodomobile (Alfa 147 JTDm) e ne sono rimasto molto colpito, sarà che a breve riproverò la 159, sarà pure che questa pubblicità mi è sempre piaciuta, sarà (soprattutto) che devo cambiare macchina ed è in arrivo la 149...


Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza.
La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Il Cuore ha sempre ragione...

Erasmo da Rotterdam
“Elogio della follia”

sabato 12 aprile 2008

Maledetta Primavera...

Sarà la stagione dei risvegli, ma la primavera non ispira buoni sentimenti ai cantanti (dalla sanremese Maledetta Primavera alla stupenda Maggese). Già il sottoscritto, come milioni di altri esseri umani, è afflitto da allergia (alle graminacee), venendo tuttavia graziato dalle recenti piogge, che hanno impedito al polline di viaggiare nell'aere.
Mi sia perdonata questa digressione, non è sui miei problemi che verte questo post (tranne che per i doverosi ringraziamenti a Chiara per i suoi consigli in stile Hitch), quanto su queste elezioni, che mi fanno desiderare di essere cittadino ispanico o svizzero.

Già il ritorno al voto (dopo soli due anni) dovrebbe essere considerato un'anomalia in un Paese normale, ma l'Italia lo è? Qualche dubbio mi viene, anche se, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere, vista e considerata la statura morale e politica di Prodi.
Tornando al presente, anzi al futuro prossimo, che dire sugli attuali candidati? Conosciuti più per nome che per cognome, il Walter e il Silvio, più che politici paiono personaggi goldoniani. Uno si rilancia a colpi di lifting e proclami elettorali, l'altro afferma di essere un uomo nuovo (dopo anni nel Partito Comunista). Ebbene, più che di propaganda elettorale, parrebbe essere una sfida a chi la spara più grossa.

I problemi veri non sono le riforme, che pure sono doverose. Il Problema è arrivare alla fine del mese. Dopo la strage dell'Euro, dopo la rivelazione della Casta (e delle sotto-caste), nessuno pare voler prendere qualche serio provvedimento in materia. Si chiacchiera del più e del meno: delle simpatie rutelliane di Francesco Totti, della scenetta di Vespa che annusa l'odore di santità di Berlusconi. I programmi spariscono, relegati all'interno dei giornali, in annunci a pagamento.
Alla fine, i soliti noti arriveranno, anche quest'anno, allo scranno locato in Montecitorio o a Palazzo Madama, per una maggioranza basculante, fissata su alcuni "campioni" comprati all'altro schieramento subito dopo l'elezione.

E' la democrazia, o per lo meno, la versione attualizzata. Non bisogna stupirsi se grazie a 5 senatori a vita si è sostenuta una legislatura di due anni; l'importante è che simili situazioni non si abbiano a ripetere. Altrettanto importante è che non si debba tornare al Fisco Regio made in Visco e Prodi, alle misure punitive contro il Nord non comunista, alla proposizione di una legge antirevisionista.

Perdonatemi il pessimismo, ma a ogni elezione mi ricordo di due detti, uno realistico, l'altro umoristico. Il primo, attribuito a JFK, dice: "La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana". Il secondo (che spero non si avveri) è di Nereo Rocco e viene da un'intervista: " Mister, speriamo che vinca il migliore? Speriamo di no!".

Saluti a tutti e buon voto (o buona montagna in alternativa), io mi rivedrò "Molto Rumore per Nulla", in attesa della mia Beatrice...

venerdì 11 aprile 2008

Da Star Trek alla realtà... La stampante 3D

Certe volte la fantascienza ci fa sognare ad occhi aperti. Star Trek, per esempio, ha fornito idee e spunti nel mondo della Scienza e in quello della Tecnologia, venendone poi rifornito in una sorta di circolo virtuoso. Quindi non sorprende che il famoso replicatore sia divenuto realtà qualche tempo addietro, anche se il costo rimane, quello sì, da fantascienza.
Per fortuna, un gruppo di giovani ricercatori sta per rendere disponibile una stampante 3D a costo accessibile. Un apparecchio collegabile al PC e in grado di rendere realtà i progetti visibili a schermo.
Il suo nome è RepRap, contrazione di Replicator Rapid (ogni traduzione è superflua) ed stampa su basi di plastica particolare (una sorta di derivato dall'acido lattico, totalmente biodegradabile). Addirittura, visto che il progetto si basa su GNU - Licenza Generale Pubblica e che la macchina utilizza componenti per sè nello stesso materiale che "stampa", si potrebbe addirittura replicare (persino in versioni migliorate), ammortizzando in tal modo il costo iniziale di 400 €. Sembra una storia degna di Terminator, vero?
Eccovi il prototipo, nome in codice Darwin:


Maggiori info qui:
http://reprap.org/bin/view/Main/WebHome

giovedì 10 aprile 2008

Moby Prince: 17 anni di nebbie (1.1)

10 aprile 1991 - 10 aprile 2008: 17 anni di nebbie impediscono di capire cosa sia successo quel maledetto mercoledì notte nella rada di Livorno. Un traghetto della Navarma si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo: provocando la morte di 140 persone. Unica cosa certa, le vittime. Tutto il resto sembra svanito nel nulla.

Io ricordo. Quel 10 aprile ero stato in gita scolastica a Verona. La sera si era svolta la semifinale di Coppa delle Coppe tra Barcellona e Juventus, conclusasi con il risultato di 3-1 in favore dei catalani. La mattina seguente, la radio gracchiava notizie su un disastro nel tratto di mare antistante Livorno. Uno scontro tra un traghetto e una petroliera aveva causato più di 100 morti. A pranzo il TG riportava le dichiarazioni dell'Amm. Sergio Albanese, comandante della capitaneria livornese. Secondo lui la tragedia era stata causata da una "nebbia fittissima".
Mi ci volle un paio di anni per capire che non era andata così. La nebbia? Quella non c'era mai stata, se non nell'insabbiamento della Verità, fenomeno tipicamente italico (Piazza Fontana e Ustica insegnano qualcosa?).
Pochi si opposero a quell'andazzo. Giovanni Minoli e il suo staff confezionarono una puntata di Mixer molto rivelatrice, con filmati e interviste inedite. Anni dopo, altri proseguirono quell'opera di Giustizia. I giudici si accontentarono di pesci piccoli, non negando la propria assoluzione. Gli unici responsabili rimasero i morti, colpevoli di non poter rispondere.

Per non dimenticare (La Storia Siamo Noi - 7 parti)



Qualche indirizzo per informarsi:
Associazione 10 Aprile - Familiari delle vittime del Moby Prince
Fabio Piselli - Persona informata sui fatti
Wikipedia (IT) - Voce Moby Prince

mercoledì 9 aprile 2008

Freelove

Attivi dal 1980, i Depeche Mode sono uno dei gruppi di successo più longevi sulla scena musicale. Hanno mietuto successi su successi, da Enjoy The Silence sino a Freelove. Proprio su questa canzone, all'epoca della sua uscita criticata da qualche benpensante, a dispetto del suo significato (il freelove del titolo indica la gratuità dell'amore, non un inno alla promiscuità :-), si sono appuntati i miei ricordi. All'epoca (2001) l'acquisto dell'album Exciter fu ampiamente ripagato dalla qualità delle canzoni.
Così, grazie ad una gita fuoriporta, vi ripropongo questo pezzo pure in video (con tanto di Dave Gahan in versione Pifferaio di Hamelin)



If you've been hiding from love
If you've been hiding from love

I can understand where you're coming from

I can understand where you're coming from

If you've suffered enough

If you've suffered enough

I can understand what you're thinking of
I can see the pain that you're frightened of

And I'm only here

To bring you free love
Let's make it clear
That this is free love
No hidden catch
No strings attached
Just free love

No hidden catch
No strings attached
Just free love

I've been running like you
I've been running like you
Now you understand why I'm running scared
Now you understand why I'm running scared

And I'm only here
To bring you free love

Let's make it clear
That this is free love
No hidden catch
No strings attached Just free love

Hey girl

You've got to take this moment

Then let it slip away

Let go off complicated feelings
Then there's no price to pay

We've been running from love

We've been running from love

And we don't know what we're doing here

No we don't know what we're doing here

And we're only here
Sharing our free love
Let's make it clear
That this is free love
No hidden catch
No strings attached
Just free love
No hidden catch
No strings attached

Just free love
No hidden catch
No strings attached

Just free love


PS. A breve il video sottotitolato in italiano

martedì 8 aprile 2008

Luca Luciani, ovvero come si lavora in Telecom

Luca Luciani, chi è costui? Da qualche giorno impazza un video, registrato ad una convention Telecom Italia, in cui colleziona uno strafalcione dietro l'altro. Ci sarebbe poco di male, se non fosse per la carica che il predetto ricopre: top manager, con emolumenti calcolabili in circa 850.000 €. Da un dirigente con una tale retribuzione ci si aspetterebbe normalmente un minimo di istruzione. Non tanto, basterebbe quel poco di Storia per sapere che Napoleone, anzi Napoletone, a Waterloo non ha vinto...



Qualcuno poi ha migliorato l'originale, doppiando Wall Street con le parole del notorio Luciani... Gordon Gekko is nothing!


lunedì 7 aprile 2008

I verdi pascoli del lunedì mattina

Lunedì mattina. La sveglia mi desta dall'abisso onirico in cui sono sprofondato. Le braccia di Morfeo devono liberare la loro stretta. What goes around, comes around mi trascina alla realtà. Sono le 7.30, guardo in giro, una morbida luce filtra dalla tapparella. Non è tempo di ripensamenti. Oggi si vola per davvero, sui sentieri dell'Alta Brianza.

Chiedo venia per l'introduzione :-). Sarà stato il tempo, la buona volontà o i pochi impegni del lunedì mattina, ma da qualche giorno ha preso una voglia matta di monti: lo scorso mercoledì notte, poi, in crisi da insonnia, mi sono messo a girovagare per la Brianza, arrivando sino a Albavilla, salvo dovermi frenare per non andare in notturna per sentieri. Ieri, poi, è arrivato un altro incentivo, sotto forma di gita culinaria in quel della Val Nure (PC): con colleghi e amici sono andato presso un agriturismo veramente bello, che ci ha lasciati sazi ma non appesantiti (nel fisico) nè alleggeriti (nel portafoglio).

Quindi tra buoni propositi (smaltire le scorie domenicali) e necessità di ripulire la mente (solite frasi da congedo da rielaborare) parto per le 9.15, destinazione Alpe del Vicerè. Arrivo alle 10.00, il parcheggio è desolatamente vuoto. Il giro che mi sono prefigurato è abbastanza impegnativo, andrà concluso in 3 ore al massimo, visto che nel pomeriggio lo studio legale conta sulla mia presenza, quantomeno per contenere l'assalto dei clienti ;-).

[Capanna Mara, storico ritrovo per escursionisti... chiuso]

Prima tappa, Palanzone: il vento disturba per un po', anche se alla fin fine, in un'ora e spiccioli, compresa una deviazione (involontaria quanto spezzafiato) per il Pizzo dell'Asino, riesco a chiudere il traguardo volante. Pochissimi i colleghi di fatica incontrati (la Capanna Mara è chiusa!). In compenso dai 1436 mt appena conquistati si può godere un panorama da togliere il fiato.

[La cima del Palanzone con la cappella degli Alpini]

[Como, il lago e il Monte Rosa in lontananza]

L'arco alpino è pressoché completo, come si può intuire da questa foto, in cui il Monte Rosa compare sopra il placido Lario. Riposo di 10 minuti: c'è ancora neve sui monti circostanti e a dispetto del sole, sono costretto a ricoprirmi per via del vento, sempre fastidioso.
Pronti via: partenza per la seconda tappa, meta il Bollettone a 1320 mt. Discesa in stile sky marathon (le mie caviglie ringraziano) e in una quarantina di minuti arrivo all'ambita meta. Oltre a un aliante, che solca il cielo in solitaria, poco o nulla all'orizzonte; un viandante, con cui scambio qualche parola, sta percorrendo (da Brunate alla Colma) il vecchio sentiero dei contrabbandieri. Non sembra neanche un giorno feriale, tanta è la quiete che si respira a così pochi chilometri dalla civiltà. Ancora qualche minuto per meditare in pace e poi via, verso l'Alpe del Vicerè.

[Il boschetto sul Bollettone e il lago di Pusiano]

Arrivo al campo base in poco più di venti minuti e dopo un doveroso cambio di vestiario, riparto verso casa a bordo della fida TurboMicra. Lo studio (legale) matto e disperatissimo per una (mezza) giornata ha atteso, visto che queste sono occasioni da cogliere al volo. Per fortuna oggi ci sono riuscito. Alla prossima!

P.S. Ecco la frase incriminata, dall'incontro di martedì (K=Kolza, D=D.ssa): "K: Sei imbarazzata a dare una risposta? D: No, la parola è un'altra. K: Quale? D: Ti verrà in mente...". Più che enigmatica, enigmistica ;-)

sabato 5 aprile 2008

Cinema e dintorni: Il vento che accarezza l'erba


"È facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede"

Irlanda, 1920: dopo 7 secoli di occupazione, l'Irlanda dichiara la propria indipendenza dal Regno Unito, suscitando la compatta e brutale reazione del Governo Britannico.
Su questa vicenda storica Ken Loach innesta la sua cronaca, narrando le vicende dei fratelli O'Donovan, figli della borghesia terriera dell'Isola: la testa calda Teddy (Padraic Delaney) e il razionale Damien (Cillian Murphy), medico in procinto di specializzarsi a Londra.

Proprio quest'ultimo è, con la sua faccia da bravo ragazzo, l'emblema del riscatto morale dell'Irlanda: si è laureato all'Università, può fare carriera in Inghilterra. Tuttavia il destino ha in serbo qualcosa di diverso, che lo fa maturare improvvisamente: dopo una partita di hockey, gli capita di assistere al rastrellamento dei soldati di Sua Maestà. Proprio questo atto, conclusosi con l'uccisione di un suo amico (colpevole di aver risposto in gaelico) apre gli occhi a Damien, che da quel momento non può ignorare la tragedia che si sta compiendo nel suo Paese.

Ken Loach, con rara maestria, sfrutta al meglio le qualità di Cillian Murphy, utilizzandolo come chiave della sua analisi: se Teddy è comunque un combattente indomito, Damien è la razionalità che si muta in determinazione. E' in qualche modo il simbolo di un'Irlanda ormai persa al Regno Unito, che non ha saputo (o voluto) conquistare i cuori dei sudditi, preferendo una repressione suicida ed omicida. Qui sta la vera ragione della sconfitta di Sua Maestà, fino al trattato con cui verrà riconosciuta l'indipendenza dell'Isola (in tal senso la scena dell'interrogatorio di Damien è esemplare).

A questo punto potrebbero partire le celebrazioni in stile Michael Collins (film epico quanto fazioso), ma il regista non si accontenta e regala il meglio di sè: trasforma un buon film in un capolavoro, trasfigurando Teddy e Damien in moderni Caino e Abele, tesi all'accettazione (o meno) del trattato con la Gran Bretagna. Gli utopisti (liberi in tutto) e i realisti (va bene un accordo parziale) si scontrano in una vera e propria guerra civile: Damien e Teddy si invertono i ruoli, con il rivoluzionario a fare da pompiere e il razionale a ergersi paladino dei più deboli.
Una lotta estrema, ancor più dura (se possibile) della liberazione. Un lotta che porterà alla conclusione estrema, in cui non ci sono vincitori.

Questo film è un'opera d'arte. I motivi sono tanti: l'Irlanda incanta con i suoi paesaggi mozzafiato, il cast è eccezionale (menzione speciale per Cillian Murphy), il regista (soprattutto), la fotografia (alcune scene sono fantastiche). Alla fine allo spettatore sembrerà di aver respirato in mezzo alla brughiera, calcando i sentieri fangosi; di aver camminato nella nebbia, aspettando il momento dello scontro. Un'opera pacata, sobria, poetica. Un film in cui il titolo si rispecchia completamente: forte come il vento, eppur così dolce da accarezzare l'erba.

giovedì 3 aprile 2008

Promesse di una notte d'aprile

La notte dovrebbe essere fatta per dormire (specialmente ad aprile). Cosa si può fare, invece, se non si ha sonno? Guardare le montagne e scrivere...

L'oscurità lontana ospita fiammelle,
luci tremolanti nell'aria tersa
La foschia è fuggita,
sospinta dal vento
lascia spazio allo sguardo
che arriva laddove
le bianche cime coronate
osservano da lontano le città.
Il loro tesoro nascosto
a breve verrà svelato
e il sentiero ormai si intravede.
La sua traccia è più di una speranza,
ormai sorge dalla notte senza sonno
come lieve fenice dal fuoco
vola quasi sopra la nuova stagione,
con questa brezza accarezza i nostri sogni.

mercoledì 2 aprile 2008

La differenza professionale tra pensiero e parola

Cari Ventisei Lettori,
Quante volte abbiamo pronunciato o ascoltato frasi di circostanza, il cui significato era opposto a quanto detto? Tantissime, troppe volte, molto probabilmente. Basti pensare a quanti congedi si sono chiusi con un "mi ha fatto piacere sentirti/vederti" piuttosto che "hai fatto bene a venire/chiamare". Spesso (non sempre) si tratta di frasi talmente di cortesia da suonare abbastanza stonate, tanto che si crea una sfasatura tra pensiero e parola. Preoccupante in una società normale, meno nella nostra, in cui l'apparenza conta più della realtà.

Perdonatemi questa riflessione pseudosociologica (sarà la primavera?), ma fino a ieri pensavo di essere solo in queste cogitazioni errabonde: dopo aver letto quest'articolo sul sito del Corriere (e aver riso un bel po') mi sono accorto di non essere il solo. Un'editorialista del Financial Times, infatti, ha preso il martello dell'ironia e ha demolito frasi di cortesia e modi di dire alquanto "di maniera", tanto usuali nel mondo del lavoro.

Lucy Kellaway, questo il nome della giornalista, ha evidentemente colto nel segno, visto il numero di riscontri (non tutti positivi) seguiti al suo articolo sul Times: sette sono le categorie di «rot», le stupidaggini amate dai pezzi grossi per il loro significato ambivalente nei rapporti con i subordinati. Si passa da quelle più lievi a quelle più pesanti, in cui anche i meno dotati dialetticamente capiscono le nubi che si profilano all'orizzonte.

Un esempio di quest'ultima fattispecie si è verificato recentemente: i manager della banca americana Bear Stearns, in crisi di liquidità, annunciano di essere a posto. Qualche giorno dopo JP Morgan salva l'istituto di credito rivale dal fallimento. Quale motivo può giustificare la menzogna? La solita solfa del "non spaventiamo i risparmiatori", dicono gli esperti, anche se a ben guardare, il capo di Bear Stearns aveva appena ritirato uno stipendio munifico, con tanto di gratifiche da Re Mida.

Da questo punto in poi, Kellaway viaggia sul velluto: le stupidaggini "utili" sono tanto frequenti quanto utili quando si tratta di epurare qualcuno in ambito lavorativo. Si parte da espressioni come "comune accordo", per arrivare a "rammarico per la decisione sofferta", passando dagli "auguri per un radioso futuro". Tutte bugie che nascondono l'amara realtà del licenziamento (in inglese il termine firing è molto più eloquente) sotto un velo pietoso.

Altre stupidaggini sono più utili con i colleghi a lungo termine (quelli di cui non ci si può sbarazzare così facilmente): dal "capisco quello che dici" (ma non sono d'accordo) al "quale ragionamento c'è dietro la tua idea?" è un florilegio di gentilezza e comprensione, quando in realtà si vorrebbe avvelenare il latore di idee così sgradite.
Proseguendo in questo iter ad inferos, si arriva alle bugie "false e cortesi", che stanno a metà strada tra le frasi gentili e le litigate. Troppi auguri, magari mal collocati ("le auguriamo i migliori successi nella sua futura carriera") possono costituire un avvertimento ben dissimulato. Un "terrò a mente le sue considerazioni" implica la ferma volontà di ignorare o dimenticare le medesime; "dirò poche parole", "sarò breve" o "non farò un discorso" sono entrati nello stupidario comune a tutte le latitudini ed indicano una scarsa attitudine alla sintesi da parte dell'oratore.

Il peggio, a mio avviso, arriva con le bugie che portano sangue e lacrime. In finanza, sono le più frequenti e spesso compaiono tra le righe con il loro carico funereo: "anno di consolidamento", "ristrutturazione dell'azienda", "maggiore collaborazione con il settore del credito" sono tutti segnali che la tempesta sta arrivando e che il passivo è sempre più ingombrante. D'altronde il settore "propaganda e disinformazione" di molte aziende quotate trova la sua ragione d'essere proprio nel nascondere le magagne dei datori di lavoro, mascherando la realtà con un pesante maquillage semantico.
Anche il settore marketing conta i suoi bei successi in tema: "è molto importante per noi che lei ci abbia contattati...", "il cliente ha sempre ragione...", "siamo spiacenti per qualunque inconveniente possiamo averle causato". Un modo per dire "non abbandonateci, cari clienti" (da buon cliente di Fastweb, ne ho sentite parecchie di questo genere).
Dulcis in fundo, il peggio del peggio: le frasi "tranquille" che nella loro mediocrità creano guai su guai. Pranzi di lavoro non negati per cortesia, dice Kellaway, possono mandare a monte impegni pianificati da settimane. Una pagella professionale, poi, può compromottere cause legali: come si giustifica, davanti al giudice, un rendimento valutato "soddisfacente", a fronte del quale si licenzia il dipendente? Chi di processi di lavoro se ne intende, indica l'unica uscita onorevole: una bella transazione, con tanti € che prendono il volo. Quale morale alla fine? Forse, come dice la Kellaway, chi di stupidaggini ferisce, di stupidaggini perisce... Un pizzico di sincerità in più non guasta mai: a costo di incrinare rapporti di convenienza, nessuno vi potrà accusare di ipocrisia o disonestà. La vecchia legge morale del neminem laedere, a mio modesto avviso, è quantomai attuale.

Battlestar Galactica: quando la fantascienza si fa adulta



Nell'ultimo ventennio la Fantascienza sul piccolo schermo è stata sdoganata: dalla nicchia in cui serie di valore erano state confinate (Dr. Who, Star Trek, Ai Confini della Realtà) la TV è diventata vero e proprio un campo di battaglia. Le serie di Sci-Fi si sono moltiplicate, sia qualitativamente che quantitativamente: Star Trek - Next Generation, X Files, Enterprise, DS9, Farscape, Babylon 5 e Stargate sono solo alcuni dei prodotti che sono stati trasmessi con grande successo per tutto il mondo, specie dopo l'avvento del satellite e di canali tematici.
Nel 2004, a quasi trent'anni dall'originale, riappare Battlestar Galactica, grande classico degli anni '70. Tra le due serie, tuttavia, i legami di parentela sono alquanto esili: ci sono i Cyloni (intelligenze artificiali), ci sono i 12 pianeti con altrettante colonie, c'è la ricerca della Terra come "approdo sicuro"). Anche i nomi dei personaggi sono simili. Ma le somiglianze finiscono qui.

Quali sono le differenze? Partiamo dai nemici: i Cyloni non sono più semplici robot (definiti anche tostapane), anzi, vi sono modelli evoluti di forma umana, con ben 12 modelli riprodotti in serie e dotati di coscienza e ricordi personalizzati. Questi cyborg sono repliche talmente fedeli da aver infiltrato, con esiti letali, le difese coloniali. Con un attacco a sorpresa, i Cyloni annientano le difese coloniali e colpiscono con decine di testate nucleari i 12 pianeti, rendendoli di fatto invivibili.
Solo il vecchio incrociatore Galactica, in procinto di essere smantellato (dopo un glorioso stato di servizio), riesce a sfuggire alla carneficina: il comandante William Adamo (Edward James Olmos) e la presidente Laura Roslin (Mary McDonnell) riuniscono attorno a sè un gruppo di navi, nucleo da cui ripartire per rifondare la civiltà umana.

Questa, in estrema sintesi, è la trama. Grazie al valido lavoro degli sceneggiatori e all'interpretazione del cast, l'evoluzione dei singoli intrecci è stata talmente mirabolante che all'alba della 4a serie (in produzione, presumibilmente sarà l'ultima) sono più le domande che i fan si pongono delle "risposte" fornite dal telefilm. A corollario di ciò, sul sito ufficiale di Galactica, vi sono mini episodi (definiti Webisodes) in cui vengono affrontati altri aspetti dell'Esodo verso la Terra.

Detto così potrebbe sembrare una serie fantascientifica come un'altra. Tuttavia, basta conoscere le modalità di lancio (due puntate di un'ora e mezza ciascuna) per capire che i produttori hanno sempre fatto sul serio. Già il tipo di ripresa (a camera mobile, con focus e rifocus nei dialoghi) indica una fantascienza grezza, lontana dagli stereotipi convenzionali, quasi in presa documentaristica.
Proprio questo stile, unito a effetti speciali di gran pregio, nonchè al predetto gruppo di attori, hanno contribuito al successo (di pubblico e di critica) di Battlestar Galactica. Meritatissimo, visto che l'unico prodotto ad aver raggiunto simili riscontri è stato un certo Enterprise.
Detto questo, vi auguro buona visione!