Cari Ventisei Lettori,
Quante volte abbiamo pronunciato o ascoltato frasi di circostanza, il cui significato era opposto a quanto detto? Tantissime, troppe volte, molto probabilmente. Basti pensare a quanti congedi si sono chiusi con un "mi ha fatto piacere sentirti/vederti" piuttosto che "hai fatto bene a venire/chiamare". Spesso (non sempre) si tratta di frasi talmente di cortesia da suonare abbastanza stonate, tanto che si crea una sfasatura tra pensiero e parola. Preoccupante in una società normale, meno nella nostra, in cui l'apparenza conta più della realtà.
Perdonatemi questa riflessione pseudosociologica (sarà la primavera?), ma fino a ieri pensavo di essere solo in queste cogitazioni errabonde: dopo aver letto
quest'articolo sul sito del Corriere (e aver riso un bel po') mi sono accorto di non essere il solo. Un'editorialista del Financial Times, infatti, ha preso il martello dell'ironia e ha demolito frasi di cortesia e modi di dire alquanto "di maniera", tanto usuali nel mondo del lavoro.
Lucy Kellaway, questo il nome della giornalista, ha evidentemente colto nel segno, visto il numero di riscontri (non tutti positivi) seguiti al suo articolo sul Times: sette sono le categorie di «rot», le stupidaggini amate dai pezzi grossi per il loro significato ambivalente nei rapporti con i subordinati. Si passa da quelle più lievi a quelle più pesanti, in cui anche i meno dotati dialetticamente capiscono le nubi che si profilano all'orizzonte.
Un esempio di quest'ultima fattispecie si è verificato recentemente: i manager della banca americana Bear Stearns, in crisi di liquidità, annunciano di essere a posto. Qualche giorno dopo JP Morgan salva l'istituto di credito rivale dal fallimento. Quale motivo può giustificare la menzogna? La solita solfa del "non spaventiamo i risparmiatori", dicono gli esperti, anche se a ben guardare, il capo di Bear Stearns aveva appena ritirato uno stipendio munifico, con tanto di gratifiche da Re Mida.
Da questo punto in poi, Kellaway viaggia sul velluto: le stupidaggini "utili" sono tanto frequenti quanto utili quando si tratta di epurare qualcuno in ambito lavorativo. Si parte da espressioni come "comune accordo", per arrivare a "rammarico per la decisione sofferta", passando dagli "auguri per un radioso futuro". Tutte bugie che nascondono l'amara realtà del licenziamento (in inglese il termine firing è molto più eloquente) sotto un velo pietoso.
Altre stupidaggini sono più utili con i colleghi a lungo termine (quelli di cui non ci si può sbarazzare così facilmente): dal "capisco quello che dici" (ma non sono d'accordo) al "quale ragionamento c'è dietro la tua idea?" è un florilegio di gentilezza e comprensione, quando in realtà si vorrebbe avvelenare il latore di idee così sgradite.
Proseguendo in questo iter ad inferos, si arriva alle bugie "false e cortesi", che stanno a metà strada tra le frasi gentili e le litigate. Troppi auguri, magari mal collocati ("le auguriamo i migliori successi nella sua futura carriera") possono costituire un avvertimento ben dissimulato. Un "terrò a mente le sue considerazioni" implica la ferma volontà di ignorare o dimenticare le medesime; "dirò poche parole", "sarò breve" o "non farò un discorso" sono entrati nello stupidario comune a tutte le latitudini ed indicano una scarsa attitudine alla sintesi da parte dell'oratore.
Il peggio, a mio avviso, arriva con le bugie che portano sangue e lacrime. In finanza, sono le più frequenti e spesso compaiono tra le righe con il loro carico funereo: "anno di consolidamento", "ristrutturazione dell'azienda", "maggiore collaborazione con il settore del credito" sono tutti segnali che la tempesta sta arrivando e che il passivo è sempre più ingombrante. D'altronde il settore "propaganda e disinformazione" di molte aziende quotate trova la sua ragione d'essere proprio nel nascondere le magagne dei datori di lavoro, mascherando la realtà con un pesante maquillage semantico.
Anche il settore marketing conta i suoi bei successi in tema: "è molto importante per noi che lei ci abbia contattati...", "il cliente ha sempre ragione...", "siamo spiacenti per qualunque inconveniente possiamo averle causato". Un modo per dire "non abbandonateci, cari clienti" (da buon cliente di Fastweb, ne ho sentite parecchie di questo genere).
Dulcis in fundo, il peggio del peggio: le frasi "tranquille" che nella loro mediocrità creano guai su guai. Pranzi di lavoro non negati per cortesia, dice Kellaway, possono mandare a monte impegni pianificati da settimane. Una pagella professionale, poi, può compromottere cause legali: come si giustifica, davanti al giudice, un rendimento valutato "soddisfacente", a fronte del quale si licenzia il dipendente? Chi di processi di lavoro se ne intende, indica l'unica uscita onorevole: una bella transazione, con tanti € che prendono il volo. Quale morale alla fine? Forse, come dice la Kellaway, chi di stupidaggini ferisce, di stupidaggini perisce... Un pizzico di sincerità in più non guasta mai: a costo di incrinare rapporti di convenienza, nessuno vi potrà accusare di ipocrisia o disonestà. La vecchia legge morale del neminem laedere, a mio modesto avviso, è quantomai attuale.