martedì 22 luglio 2008

Musica e Immagini: Il Circuito Affascinante

Nel panorama italiano non sono molti i cantanti dotati di musicalità originali: Moltheni (al secolo Umberto Giardini) è uno dei pochi. Musicista poliedrico e sicuramente sottovalutato, sincero fino al midollo e dotato di capacità compositive non comuni, si è guadagnato un manipolo di fedelissimi, a dispetto di vendite non certo fenomenali.
Parimenti i suoi video hanno riscosso un discreto successo, sebbene improntati allo stesso ermetismo che permea le canzoni.
Da Natura in Replay, Il Circuito Affascinante, parabola dell'incomunicabilità di due ragazzi, girato a Milano nel lontano 1999!


lunedì 21 luglio 2008

Cinema e dintorni: American Gangster

Nel mondo di Hollywood conta più l'apparenza o la sostanza? Una domanda retorica, a prima vista, sicuramente. Tuttavia, dopo aver visto American Gangster ho avuto la sgradevole impressione di aver assistito a due ore di propaganda, piuttosto che alla narrazione di fatti reali, seppur mediati dal mezzo cinematografico.
Forse mi ha tratto inganno la scritta "tratto da una storia vera", forse è stato il ricco cast (Ridley Scott alla regia, Russell Crowe contro Denzel Washington, oltre a un folto gruppo di comprimari), forse il genere, che bene o male, ha il suo pubblico di estimatori. Alla fine l'unica certezza è stata la sensazione di vuoto allo stomaco, venutami pensando a tutte le stranezze e le omissioni del film.


Intendiamoci, la trama farebbe la sua degna figura, certo, ma nel mondo di CSI, non in quello reale: Frank Lucas (Denzel Washington), gangster di New York (nel quartiere nero di Harlem) parte con la sua scalata al potere, da tirapiedi di un boss paterno (Bumpy Johnson), sino al grande colpo (l'escalation del narcotraffico). A combattere questo andazzo, si erge un poliziotto incorruttibile (Ritchie Roberts, interpretato da Russell Crowe), il quale, "tagliando fuori" i propri superiori corrotti, fa trionfare la giustizia.
Sicuramente un film godibile, a patto di NON conoscere i fatti. E questo mi ha fregato, impedendomi di venire assorbito dallo schermo. Ma veniamo ai fatti:

Primo: Un boss di Harlem si reca nel Triangolo d'Oro per accordarsi direttamente con il Kuomintang (l'esercito nazionalista cinese, sconfitto nella Guerra Civile da Mao Tse Tung) per l'esportazione di eroina, grazie alla mediazione di un sottufficiale dello US Army. La realtà è un po' diversa: il narcotraffico in Indocina fu "coltivato" dalla CIA, che dopo aver fallito il contrattacco contro l'Armata di Mao (fine anni '40), fece defluire gli accoliti di Chiang Kai Shek (a capo del predetto Kuomintang) nelle aree di confine tra Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam. I rifugiati, armi in mano, sottomisero le popolazioni locali e costituirono un'area che adibirono ad oppiocoltura (un residuato delle famigerate Guerre dell'oppio del XIX secolo). Come conseguenza logica e necessaria il narcotraffico invase Europa e USA: tonnellate di eroina arrivarono sui mercati europeo e americano, con la CIA a controllare l'approvvigionamento e il cartello dei marsigliesi a garantire l'afflusso sulle strade.

Secondo: al tempo del film (fine anni '60 e inizio '70) il progetto indocinese aveva a capo un certo Theodore Shackley (il cui nomignolo era Fantasma Biondo), capostazione CIA a Saigon. Se un sottufficiale qualsiasi fosse andato nel Triangolo d'Oro a richiedere tonnellate di eroina, qualsiasi responsabile di zona si sarebbe fatto una bella risata. Persino di fronte ad un boss di New York, il quale sarebbe rientrato nei piani solo per la distribuzione al dettaglio. Tanto più che qualche anno prima dell'exploit di Frank Lucas, un altro boss nero (Frank Matthews), tentando di imporre qualche giochetto all'Agenzia, venne costretto a sparire dalla circolazione.

Terzo: l'eroina destinata agli USA veniva trasportata nelle bare dei soldati morti, di ritorno dal Vietnam. Certo, ma non fu un'idea estemporanea (come viene presentato nel film), ma un espediente per saltare a pie' pari DEA e Agenzia delle Dogane, le due uniche entità federali americane a poter dare noie alla CIA. Tanto più che a trasferire l'eroina dal Triangolo d'Oro ai porti del Sud Est asiatico, ci pensava la famigerata Air America, società di facciata dell'Agenzia. Mentre al traffico nei porti americani e europei, l'appalto era in mano ai famigerati cartelli marsigliesi (la French Connection de "Il Braccio Violento della Legge".

Alla fine del film non si può fare a meno di pensare come il Cinema abbia completato la propria evoluzione, da pura Arte visiva a formidabile veicolo di propaganda. Non ci vuole una laurea, infatti, per capire come tramite un film la Storia può essere riscritta dalla storia: quello che una volta si faceva con legioni di pretoriani, pardon giornalisti e scrittori, oggi si fa con la celluloide. Non è un caso, infatti, se un certo George Orwell scrisse che chi controllava il Passato controllava il Futuro: senza Memoria, le nuove generazioni avrebbero perso il senso critico e la misura per valutare il Presente, pregiudicandosi di conseguenza il Futuro.

Proprio questa lezione è stata assorbita dai più grandi regimi, attenti sia al consenso interno che all'immagine esterna. Negli USA il centro nevralgico è stato senza dubbio collocato ad Hollywood, la cui produzione cinematografica risponde per gran parte a canoni fissati dalla US Information Agency (in breve USIA) ente federale che ha il compito di promuovere i film americani all'estero secondo canoni che comunque non svalutino l'American Way Of Life. Il nostro John Kleeves ne scrisse nel suo "Divi di Stato" e a ruota tanti altri, sia italiani che stranieri, continuarono l'opera.

Conseguenza di quanto predetto, American Gangster non è un film storicamente attendibile: per temi scottanti (l'inizio della diffusione della droga nella società americana, la Guerra in Vietnam) vi è di meglio. Se poi vorrete informarvi seriamente, vi consiglio "Il Libro Nero della Polvere Bianca": è veramente notevole e svela tanti fatti che contraddicono le pubbliche dichiarazioni in materia di Lotta alla Droga.

martedì 15 luglio 2008

Il dramma di Bolzaneto e la farsa del G8

Genova 21 luglio 2001 - 14 luglio 2008: poco o nulla è cambiato. Sentendo il resoconto di quanto accaduto nella caserma di Bolzaneto, con scene di macelleria messicana, viene da chiedersi se siamo nell'Italia del XXI secolo o nel Cile del 1973. Un interrogativo destinato a rimanere tale, se si considera che nel nostro modernissimo ordinamento manca il reato di tortura (come se vivessimo ancora ai tempi del fascismo, quando fu promulgato il codice Rocco).
Il peggio è arrivato vedendo le facce degli imputati alla lettura della sentenza: non ho potuto non pensare a quanti hanno prestato e prestano servizio nelle Forze dell'Ordine, con la massima dedizione e senso del dovere, senza mai venir meno al loro mandato. I vivi sentiranno ribollire il loro sangue, i trapassati si staranno rivoltando nella tomba.
Non potrebbe essere altrimenti, quando 15 condannati (su un totale di 45 imputati) hanno commesso atti di tortura (altro che "abuso di potere", chiamiamo le cose con il loro nome), prestando un servizio ignominioso alla divisa indossata e rendendo l'Italia una barzelletta, non certo uno Stato democratico! Certi furbetti hanno giustificato i loro colleghi, tirando in ballo il difficile clima di quei giorni di luglio del 2001 (come vergognosamente fatto dal SAP - Sindacato di Polizia): una maniera molto scorretta per equilibrare le responsabilità degli imputati, visto che i responsabili di atti vandalici (da condannare senza remore, a scanso di equivoci) sono stati una minoranza esigua, non qualificata, di un movimento di decine di migliaia di persone (il Social Forum), mentre i macellai della scuola Diaz sono stati agenti e funzionari di Stato.

Siccome non amo retorica e facili luoghi comuni, vorrei porre qualche domanda su quei giorni: quanti di quei poveri cristi colpiti ripetutamente alla Diaz erano delinquenti responsabili di atti di devastazione? Dov'erano Agnoletto, Casarini e Caruso? Lontani dalla bolgia che si stava consumando quel sabato notte, certo. Dopo quella giornata in cui c'era scappato il morto, un feticcio quasi cercato da entrambi gli schieramenti in campo a Genova, sarebbe stata necessario da parte loro un minimo di buon senso. Invece niente, campo libero ad alcune forze dell'ordine in cerca di facile vendetta, con una dimostrazione della loro indegnità rispetto alla democrazia e alla civiltà. La loro indegnità rispetto a quei colleghi che subirono per davvero minacce alla vita, financo morendo nell'adempimento del dovere.

Più prosaicamente rispetto ai martiri caduti in servizio, questi eroi da operetta hanno inscenato un sequestro di bombe molotov nonché un finto tentato accoltellamento. Non sono state le "ultime ruote del carro" a progettare e realizzare questo disegno criminoso, ma la crema dell'apparato. Un reato da condannare senza ripensamenti, non solo per quello che han fatto, ma anche per i destinatari di cotanta violenza. Non certo i stimati Casarini o Agnoletto, ma persone comuni, senza santi in Paradiso o Parlamento. Aggiungendo così vergogna alla vergogna.
Qui ci starebbe bene un bel provvedimento ministeriale, del genere "tutti a casa" con congedo disonorevole. Altro che indulto, la questione è di pura e semplice dignità. Quella che per buona parte è mancata nel Tribunale di Genova.

sabato 12 luglio 2008

Tra cattivi maestri e pessime compagnie filtra una tenue luce (piccola rassegna settimanale)

Ci voleva la morte di una ragazza italiana in terra spagnola per capire che qualcosa non va. Ci voleva la sua foto in prima pagina (chissà come mai, si chiede qualche improvvido iberico) perché ci fosse un piccolo esame di coscienza sulla gioventù italiota.
Senza finti moralismi, tra avance in discoteca e un drink di troppo, non riesco a capire come Federica, ragazza di 23 anni, non respinga un soggetto sgradevole e invadente come Victor Diaz Silva. Alcuni maligni hanno tirato in mezzo l'amica del cuore Stefania, che avrebbe convinto la sua sfortunata amica alla vacanza in quel di Lloret de Mar. Eppure non è un mistero che località del genere attirino sia ragazze e ragazzi (poco più che adolescenti) in cerca di divertimento sia molesti cacciatori come l'ormai famigerato Victor, uruguaiano perdigiorno in quel della Catalogna vacanziera.
Forse c'è qualcosa che mi sfugge, forse è vero il luogo comune che vede le ragazze italiane (le horny girls) tanto "legnose" in patria quanto disponibili all'estero, tanto da costringere i connazionali a ricorrere, anzi a rincorrere le straniere. Forse c'è qualche altro motivo, ma non c'è nessuna giustificazione possibile perché una ragazza venga uccisa per essersi rifiutata. Né in Spagna, né in Italia, né altrove.

Parimenti non riesco a capire come la Corte di Cassazione (con sentenza 28720/08 della VI sez. pen.) rinvii il caso di tale Giuseppe Guaglione, il quale come scriminante per il possesso di 100 gr di cannabis ha utilizzato la propria religione, ossia il Rastafarianesimo. Incredibile, se non si fosse in Italia, ove persino la Suprema Corte riesce, seppure in sezione singola, a stupire, prendendo per buona questa scusante. Evidentemente i miei colleghi, che difendono l'imputato, sono riusciti nell'improbo compito di "irretire" i giudici, sfruttando la legge allora in vigore. Hai voglia, a questo punto, a spiegare al profano che il buco tramite cui gli Ermellini hanno assolto de facto l'imputato era legislativo. Hai voglia a spiegare che la passata legge in materia di stupefacenti lasciava discrezione al magistrato in merito alla quantità oltre cui si passava dalla detenzione allo spaccio, aumentando detta quantità grazie alla confessione religiosa dell'imputato.
Ora, con la Legge Fini/Giovanardi, ogni distinzione tra droghe leggere e pesanti è scomparsa e le tabelle ministeriali non lasciano scampo. Da un lato i giudici diventano bocche della legge (Montesquieu docet), mentre agli spacciatori conviene, economicamente e penalmente, vendere cocaina piuttosto che marijuana: tanto questo ai nostri legislatori poco importa, visti i risultati della famosa inchiesta (censurata) delle Iene.

Poco importando dei dubbi ricorrenti, i moralisti del Belpaese si sono lanciati senza remore sul panorama settimanale delle notizie: senza attaccare Berlusconi o la sinistra (complice il clamoroso autogol della Guzzanti), sono riusciti a sfangare la settimana, senza neanche utilizzare troppo la sentenza che autorizza l'eutanasia di Eluana Englaro, ponendo fine al suo calvario, ormai perdurante da 16 anni.
In questo caso solo i più papisti del Papa hanno attaccato la Corte d'Appello di Milano, che ha dato il via libera alla sospensione del nutrimento alla ragazza di Lecco, caduta in coma nel 1992. Viceversa solo pochi hanno considerato la battaglia condotta silenziosamente dal padre, Beppino, che ha lottato per anni solo per vedere riconosciuto il diritto alla morte della figlia, la quale più di una volta aveva lasciato detto e scritto il suo convincimento contro l'accanimento terapeutico (e sarebbe difficile definire altrimenti 16 anni di cure inutili, visto che fu evidente lo stato irreversibile del coma).

Senza essere un irriducibile sostenitore dell'eutanasia non posso che condividere quanto deliberato a Milano (su rinvio della Cassazione): finalmente una luce di umanità dal mondo della legge. Alla faccia di tutti i moralisti.

lunedì 7 luglio 2008

Guerra all'Iran: La Rivoluzione del 1979 e le sue implicazioni

Definire in poche righe l'odierna situazione iraniana è una chimera: piuttosto che tentare una lettura omnicomprensiva, è più utile raccontare episiodi poco conosciuti, giusto per dare al lettore più dati possibili e non fermarsi ai soliti editoriali preconfezionati del Corriere della Sera o di Repubblica.

LA RIVOLUZIONE DEL 1979: IL PREAMBOLO

Quando nel 1979 lo Scià di Persia Reza Pahlavi fuggì negli Stati Uniti, sospinto da un movimento popolare trasversale, pochi pensavano che la dittatura sino ad allora al potere, sarebbe stato sostituita da un regime fondamentalista. Allora come oggi la maggior parte della popolazione era sotto i 50 anni, e i sostenitori del clero sciita erano una minoranza. Non pochi parteggiavano per il Tudeh, partito comunista, vicino alle posizioni sovietiche, mentre la maggioranza richiedeva una democrazia "all'occidentale", con una Costituzione scritta e un Parlamento eletto.

Quello che univa tutti, era la volontà di risollevare la Persia dall'abisso in cui l'aveva sprofondata lo Scià: la popolazione, stretta tra lo sfruttamento delle risorse naturali e la brutale repressione poliziesca, si trovava a subire la grandeur imperiale, senza potervisi opporre. I petrodollari erano considerati spettanza della famiglia Pahlavi e non del popolo persiano: anziché supportare un progresso reale e concreto condiviso, il Regime li dirottava su giocattoli costosi, come armi, navi, regge, foraggiando nel contempo un apparato repressivo sempre più spietato.

Da queste poche righe non si riesce a capire perché la Rivoluzione, così carica di promesse e di speranze, sia finita sotto il tallone autoritario del clero sciita. Non basta puntare il dito sull'opera di propaganda portata dagli ayatollah, che tanta parte ebbero nel sobillare la popolazione contro lo Scià: a distanza di quasi 30 anni, sono stati svelati diversi aspetti poco noti, che fanno logicamente pensare ad una longa manus estera. Una mano insospettabile che mise fine ai sogni di democrazia del popolo persiano, ponendo sul trono una teocrazia non meno esigente di chi l'aveva preceduta.


IL MALCONTENTO POPOLARE E IL RISCHIO DI UNA NUOVA CUBA

Come detto poc'anzi, lo Scià aveva sottovalutato scientemente il malcontento popolare, e quest'ignoranza deliberata era stata una costante del suo regno. A causa di tale comportamento, il suo Paese rischiava di diventare una Cuba medio-orientale, con lui stesso nei non desiderabili panni di Fulgencio Batista. Una situazione decisamente intollerabile per le potenze occidentali, che già negli anni '50 avevano rintuzzato le istanze riformiste di Mohammad Mossadeq, rimettendo sul trono Pahlavi. A questo punto gli USA (e con loro Gran Bretagna ed Israele) si trovarono in una situazione amletica: aumentare la repressione o scaricare lo Scià, andando incontro alle istanze di massa?
Per quanto incoerente possa sembrare, gli USA adottarono entrambe le politiche: da un lato il Presidente Jimmy Carter inviò il Generale Robert Huyser allo scopo di creare un Governo d'Unità nazionale, facente perno sulle Forze Armate Persiane, frenandone gli istinti golpisti. Il tutto nel non dichiarato scopo di sostituire gradualmente la monarchia, o per lo meno di costituzionalizzarla.
D'altro canto la SAVAK, sotto la spinta di consiglieri militari stranieri (americani ed israeliani) aumentava la repressione, aggiungendo altro combustibile al fuoco della rivolta popolare.
A questo atteggiamento incoerente va aggiunto il ritorno dell'ayatollah Ruhollah Khomeini, che dalla città santa sciita di Najaf (in Iraq) si era opportunamente recato a Parigi, ottenendo vasta eco internazionale e ponendosi sempre più come guida spirituale della Persia. L'anziano clerico riuscì a rientrare con un volo diretto Air France, sotto la regia di Ramsey Clark, già Ministro della Giustizia sotto Lyndon Johnson, poi controverso diplomatico. Gli osservatori più smaliziati riconobbero in questa manovra la mano di Zbigniew Brzezinski, macchiavellico Consigliere per la Sicurezza Nazionale con lo stesso Carter.
A questo punto, la Rivoluzione aveva trovato il suo leader: lo Scià, che in extremis aveva nominato un governo democratico (Shapur Bakhtiar, il quale aveva cercato un'impossibile legittimazione da Khomeini), era destinato all'esilio; le gerarchie del nuovo potere stavano tramando nell'ombra per stendere un nuovo Regime, che sarebbe arrivato con la messa al bando del Tudeh e con l'epurazione, spesso violenta, delle Forze Armate.

A questo punto anche il lettore più scafato potrebbe avere qualche dubbio su tutta la vicenda, non senza ragione. Ricapitolando in breve: da un lato l'Amministrazione USA manda un proprio emissario (Huyser) a placare le Forze Armate Persiane, che in tal modo vengono calmate, dall'altro recupera un capo religioso per cavalcare la protesta popolare e sterilizzare le istanze riformistiche. Un po' confusionaria come strategia, non c'è che dire. A meno che, perso per perso lo Scià, facesse più paura una nazione musulmana laica, liberale che una oscurantistica semi-democrazia (questo è l'Iran moderno) ma favorevole agli interessi delle multinazionali del petrolio (non dimentichiamo che la BP era ai ferri corti con Pahlavi per il rinnovo della concessione petrolifera). Certamente la paura di una Persia comunista agevolò i disegni dei cospiratori.


I GIOCHI POLITICI

Un altro punto scottante era il programma militare dello Scià: le Forze Armate erano destinate a diventare le più moderne dell'area, con acquisti mirati dallo Zio Sam. Pahlavi si era munito di molti giocattoli costosi: navi, aerei, carri armati e presto o tardi avrebbe mirato alla bomba atomica. Aveva infatti già destinato un'ingente somma alla costruzione di reattori ad uso civile (la cui tecnologia avrebbe potuto contribuire al progresso di un programma militare), appaltandone la costruzione ad una società mista franco-tedesca, quando la Rivoluzione e il successivo Regime degli Ayatollah cancellarono tutti gli accordi.
Un siffatto programma, improntato a fare della Persia una potenza regionale, non poteva che allarmare alcune nazioni, e segnatamente Israele (che già deteneva diverse testate atomiche, al di fuori di ogni controllo esterno), Pakistan (costruttore della bomba atomica musulmana) nonché l'Arabia Saudita (in quanto paese primatista nell'estrazione di petrolio). Anche per queste ragioni i Paesi summenzionati non mossero un dito per aiutare lo Scià.

Il Pakistan, tuttavia, aveva un ulteriore motivo per non intervenire a favore dell'ingombrante vicino: la Muslim Belt. Verso la metà degli anni '70, il generale Mohammed Zia Ul Haq, salito al potere nel Pakistan tramite un golpe cruento (culminato nell'esecuzione di Zulfiqar Alì Bhutto), aveva elaborato una strategia di contenimento dell'Unione Sovietica. Una fascia (belt) di Paesi musulmani, i cui abitanti sarebbero stati animati dall'islamismo radicale, nella lotta contro gli atei comunisti.
Nell'ambito di quest'idea, dall'Iraq al Pakistan, tutti i Paesi avrebbero dovuto formare un arco a sostegno (indiretto) della strategia americana. E così fu, anche se in maniera diversa da come l'aveva progettata Zia Ul Haq.

In particolare, poco nominata rimase l'opera di Bernard Lewis, membro del Gruppo Bilderberg, che caldeggiò la frantumazione delle nazioni dell'area medio-orientale, secondo linee di frattura tribali. Le numerose divisioni in seno alla comunità islamica (si pensi ai soli sciiti, che contano gruppi affini come ismailiti, drusi, alawiti) avrebbero dovuto ripercuotersi sui correligionari sotto il giogo dell'Unione Sovietica, portando in casa dell'Orso una guerra a bassa intensità. Qualcosa si ottenne, visto che di lì a breve si scatenarono due conflitti destinati a tenere sotto scacco l'intera regione: il conflitto afgano (sobillato dalle manovre avallate da Brzezinski) e la guerra tra Iran ed Iraq (per il possesso dello Shatt el Arab).
Nel secondo caso gli Stati Uniti finanziarono e rifornirono entrambi i contendenti, ottenendo il massimo profitto e la possibilità di ridurre le potenzialità estrattive dei due Paesi dell'OPEC.

Purtroppo per gli USA non tutti i progetti riuscirono appieno: vi fu il famoso caso dell'Ambasciata a Teheran (su cui permangono ancora molti misteri, in particolare la cd. October Surprise) e, a causa del proibizionismo religioso, il traffico di oppio afgano venne a ridursi considerevolmente, troncando il flusso di danaro e droga che aveva già ingrassato le fila del vecchio Regime. La solita vecchia diplomazia della droga, che connota segretamente tante operazioni a stelle e strisce... ma forse per questo ci vorrà (almeno) un altro post :)
Per ora, è tutto...

giovedì 3 luglio 2008

Avviso ai naviganti... Non sono sparito :)

Salve a tutti,
In un film di qualche decennio addietro, era "tutta colpa del Paradiso". Nel mio caso, molto più banalmente, è tutta colpa di Fastweb.
L'operatore telefonico milanese, sponsor di Valentino Rossi mi ha tagliato fuori dal mondo, sopprimendo sia la mia linea telefonica che il mio accesso Internet. In 5 (cinque) giorni dalla mia segnalazione il problema non è stato risolto, con sommo gaudio di tutto il mio entourage...

A presto (spero)
Kolza