Definire in poche righe l'odierna situazione iraniana è una chimera: piuttosto che tentare una lettura omnicomprensiva, è più utile raccontare episiodi poco conosciuti, giusto per dare al lettore più dati possibili e non fermarsi ai soliti editoriali preconfezionati del Corriere della Sera o di Repubblica.LA RIVOLUZIONE DEL 1979: IL PREAMBOLOQuando nel 1979 lo Scià di Persia
Reza Pahlavi fuggì negli Stati Uniti, sospinto da un movimento popolare trasversale, pochi pensavano che la dittatura sino ad allora al potere, sarebbe stato sostituita da un regime fondamentalista. Allora come oggi la maggior parte della popolazione era sotto i 50 anni, e i sostenitori del clero sciita erano una minoranza. Non pochi parteggiavano per il
Tudeh, partito comunista, vicino alle posizioni sovietiche, mentre la maggioranza richiedeva una democrazia "all'occidentale", con una Costituzione scritta e un Parlamento eletto.
Quello che univa tutti, era la volontà di risollevare la Persia dall'abisso in cui l'aveva sprofondata lo Scià: la popolazione, stretta tra lo sfruttamento delle risorse naturali e la brutale repressione poliziesca, si trovava a subire la
grandeur imperiale, senza potervisi opporre. I petrodollari erano considerati spettanza della famiglia Pahlavi e non del popolo persiano: anziché supportare un progresso reale e concreto condiviso, il Regime li dirottava su giocattoli costosi, come armi, navi, regge, foraggiando nel contempo un apparato repressivo sempre più spietato.
Da queste poche righe non si riesce a capire perché la Rivoluzione, così carica di promesse e di speranze, sia finita sotto il tallone autoritario del clero sciita. Non basta puntare il dito sull'opera di propaganda portata dagli ayatollah, che tanta parte ebbero nel sobillare la popolazione contro lo Scià: a distanza di quasi 30 anni, sono stati svelati diversi aspetti poco noti, che fanno logicamente pensare ad una
longa manus estera. Una mano insospettabile che mise fine ai sogni di democrazia del popolo persiano, ponendo sul trono una teocrazia non meno esigente di chi l'aveva preceduta.
IL MALCONTENTO POPOLARE E IL RISCHIO DI UNA NUOVA CUBACome detto poc'anzi, lo Scià aveva sottovalutato scientemente il malcontento popolare, e quest'ignoranza deliberata era stata una costante del suo regno. A causa di tale comportamento, il suo Paese rischiava di diventare una Cuba medio-orientale, con lui stesso nei non desiderabili panni di
Fulgencio Batista. Una situazione decisamente intollerabile per le potenze occidentali, che già negli anni '50 avevano rintuzzato le istanze riformiste di
Mohammad Mossadeq, rimettendo sul trono Pahlavi. A questo punto gli USA (e con loro Gran Bretagna ed Israele) si trovarono in una situazione amletica: aumentare la repressione o scaricare lo Scià, andando incontro alle istanze di massa?
Per quanto incoerente possa sembrare, gli USA adottarono entrambe le politiche: da un lato il Presidente
Jimmy Carter inviò il Generale
Robert Huyser allo scopo di creare un Governo d'Unità nazionale, facente perno sulle Forze Armate Persiane, frenandone gli istinti golpisti. Il tutto nel non dichiarato scopo di sostituire gradualmente la monarchia, o per lo meno di costituzionalizzarla.
D'altro canto la
SAVAK, sotto la spinta di consiglieri militari stranieri (americani ed israeliani) aumentava la repressione, aggiungendo altro combustibile al fuoco della rivolta popolare.
A questo atteggiamento incoerente va aggiunto il ritorno dell'ayatollah
Ruhollah Khomeini, che dalla città santa sciita di
Najaf (in Iraq) si era opportunamente recato a Parigi, ottenendo vasta eco internazionale e ponendosi sempre più come guida spirituale della Persia. L'anziano clerico riuscì a rientrare con un volo diretto Air France, sotto la regia di
Ramsey Clark, già Ministro della Giustizia sotto
Lyndon Johnson, poi controverso diplomatico. Gli osservatori più smaliziati riconobbero in questa manovra la mano di
Zbigniew Brzezinski, macchiavellico Consigliere per la Sicurezza Nazionale con lo stesso Carter.
A questo punto, la Rivoluzione aveva trovato il suo
leader: lo Scià, che
in extremis aveva nominato un governo democratico (
Shapur Bakhtiar, il quale aveva cercato un'impossibile legittimazione da Khomeini), era destinato all'esilio; le gerarchie del nuovo potere stavano tramando nell'ombra per stendere un nuovo Regime, che sarebbe arrivato con la messa al bando del Tudeh e con l'epurazione, spesso violenta, delle Forze Armate.
A questo punto anche il lettore più scafato potrebbe avere qualche dubbio su tutta la vicenda, non senza ragione. Ricapitolando in breve: da un lato l'Amministrazione USA manda un proprio emissario (Huyser) a placare le Forze Armate Persiane, che in tal modo vengono calmate, dall'altro recupera un capo religioso per cavalcare la protesta popolare e sterilizzare le istanze riformistiche. Un po' confusionaria come strategia, non c'è che dire. A meno che, perso per perso lo Scià, facesse più paura una nazione musulmana laica, liberale che una oscurantistica semi-democrazia (questo è l'Iran moderno) ma favorevole agli interessi delle multinazionali del petrolio (non dimentichiamo che la
BP era ai ferri corti con Pahlavi per il rinnovo della concessione petrolifera). Certamente la paura di una Persia comunista agevolò i disegni dei cospiratori.
I GIOCHI POLITICIUn altro punto scottante era il programma militare dello Scià: le Forze Armate erano destinate a diventare le più moderne dell'area, con acquisti mirati dallo Zio Sam. Pahlavi si era munito di molti giocattoli costosi: navi, aerei, carri armati e presto o tardi avrebbe mirato alla bomba atomica. Aveva infatti già destinato un'ingente somma alla costruzione di reattori ad uso civile (la cui tecnologia avrebbe potuto contribuire al progresso di un programma militare), appaltandone la costruzione ad una società mista franco-tedesca, quando la Rivoluzione e il successivo Regime degli Ayatollah cancellarono tutti gli accordi.
Un siffatto programma, improntato a fare della Persia una potenza regionale, non poteva che allarmare alcune nazioni, e segnatamente Israele (che già deteneva diverse testate atomiche, al di fuori di ogni controllo esterno), Pakistan (costruttore della bomba atomica musulmana) nonché l'Arabia Saudita (in quanto paese primatista nell'estrazione di petrolio). Anche per queste ragioni i Paesi summenzionati non mossero un dito per aiutare lo Scià.
Il Pakistan, tuttavia, aveva un ulteriore motivo per non intervenire a favore dell'ingombrante vicino: la
Muslim Belt. Verso la metà degli anni '70, il generale
Mohammed Zia Ul Haq, salito al potere nel Pakistan tramite un golpe cruento (culminato nell'esecuzione di
Zulfiqar Alì Bhutto), aveva elaborato una strategia di contenimento dell'Unione Sovietica. Una fascia (
belt) di Paesi musulmani, i cui abitanti sarebbero stati animati dall'islamismo radicale, nella lotta contro gli atei comunisti.
Nell'ambito di quest'idea, dall'Iraq al Pakistan, tutti i Paesi avrebbero dovuto formare un arco a sostegno (indiretto) della strategia americana. E così fu, anche se in maniera diversa da come l'aveva progettata Zia Ul Haq.
In particolare, poco nominata rimase l'
opera di Bernard Lewis, membro del Gruppo
Bilderberg, che caldeggiò la frantumazione delle nazioni dell'area medio-orientale, secondo linee di frattura tribali. Le numerose divisioni in seno alla comunità islamica (si pensi ai soli sciiti, che contano gruppi affini come ismailiti, drusi, alawiti) avrebbero dovuto ripercuotersi sui correligionari sotto il giogo dell'Unione Sovietica, portando in casa dell'Orso una guerra a bassa intensità. Qualcosa si ottenne, visto che di lì a breve si scatenarono due conflitti destinati a tenere sotto scacco l'intera regione: il conflitto afgano (sobillato dalle
manovre avallate da Brzezinski) e la guerra tra Iran ed Iraq (
per il possesso dello Shatt el Arab).
Nel secondo caso gli Stati Uniti finanziarono e rifornirono entrambi i contendenti, ottenendo il massimo profitto e la possibilità di ridurre le potenzialità estrattive dei due Paesi dell'OPEC.
Purtroppo per gli USA non tutti i progetti riuscirono appieno: vi fu il famoso caso dell'
Ambasciata a Teheran (su cui permangono ancora molti misteri, in particolare la cd.
October Surprise) e, a causa del proibizionismo religioso, il traffico di oppio afgano venne a ridursi considerevolmente, troncando il flusso di danaro e droga che aveva già ingrassato le fila del vecchio Regime. La solita vecchia diplomazia della droga, che connota segretamente tante operazioni a stelle e strisce... ma forse per questo ci vorrà (almeno) un altro post :)
Per ora, è tutto...