mercoledì 22 ottobre 2008

Padre Nostro, liberaci dall'ignoranza...

Giurin giurella: ho scritto questo pezzo all'indomani del fattaccio... ma una sfiga cosmica mi ha impedito di pubblicarlo, e poi me lo sono scordato (no, mio padre non è rimasto chiuso nell'autolavaggio... no, non ho neanche il gomito che fa contatto con il piede :)

Lo confesso: ho peccato, anzi, sto peccando in questo preciso momento. Non che la cosa sia grave, in realtà: sto semplicemente scrivendo di qualcosa che ho sentito. In giuridichese trattasi di testimonianza de relato.
Qual è il reato, pardon l'argomento di questo post? Una domanda di Chi Vuol Essere Milionario, posta da Gerry Scotti ad un malcapitato concorrente.
Purtroppo non ero a casa in quel preciso momento, (in gita nel biellese) ma, essendo raggiungibile telefonicamente, qualcuno mi ha chiamato chiedendomi "Chi è stato il primo a recitare il Padre Nostro?". Prima ancora di capire chi ci fosse all'altro capo del telefono, ho risposto che il primato spetta a Gesù (per lo meno nella formulazione della preghiera a noi nota) sebbene gli Ebrei del tempo ne recitassero una versione leggermente differente.
Scambio di saluti con il mio interlocutore e poi di nuovo in marcia: per sapere come era andata a finire, ho dovuto ricevere un link da Damiano (a sua volta frequentatore di Mediaset) con il minieditoriale di Massimo Gramellini.

Una domanda traditrice, direi di prim'acchito, tant'è che il malcapitato concorrente si è rivolto al pubblico. Posso comprendere una certa agitazione nel rispondere, ci sono passato mio malgrado (il quesito che mi fu posto era "chi diede da bere a Gesù?). Mi stupisce, casomai, come i solerti autori di CVEM - Endemol, si siano fatti sfuggire, dalle maglie della loro eccellente selezione, una carenza di un "candidato" sulla religione cattolica nella (ormai ex) cattolicissima Italia.
Dopo 36 domande a risposta aperta (o la sai o la sai), una prova simulata di CVEM con due autori/autrici e una telefonata a domicilio da parte della redazione, si pensa che, "dito più veloce a parte", i problemi dovrebbero essere ormai alle spalle... Evidentemente la Provvidenza ci mette del suo perché non sia sempre così.

martedì 21 ottobre 2008

Viaggio nell'incomprensibile con Voyager: le Pietre di Ica

"I want to believe" recava il celebre manifesto di X Files, telefilm simbolo per un'intera generazione alla ricerca di misteri e, magari, di soluzioni. Oggi dopo più di una decade, 9 stagioni e due film (l'ultimo è inguardabile), quella dichiarazione, che ha influenzato gli interessi di molti, (me compreso) risuona un pochino beffarda nei miei ricordi. Specialmente se paragono quegli anni (e quei "formidabili" misteri) a questi, che età a parte, mi paiono più una degenerazione che un'evoluzione.

A metà degli anni '90 la TV non produceva nulla di concreto e Internet era in fase di rodaggio: X Files colpì l'immaginario collettivo con un impatto che oggidì è comparabile solo al fenomeno Lost. Tuttavia nell'ultima decade abbiamo assistito all'esplosione della Rete, che ha reso accessibili milioni di dati altrimenti irraggiungibili: il mondo dei misteri ne ha beneficiato, indubbiamente, ma i filtri critici che prima erano dati dalla pubblicazione cartacea (basti pensare al Giornale dei Misteri) sono venuti meno grazie alla "democrazia" internettiana.
Questo, purtroppo, non è stato l'unico "male" registrato: con la Presidenza Bush e l'innalzamento dell'allarme terroristico (di qualunque origine esso sia), l'interesse dei cd. complottisti è passato dai piccoli alieni grigi alle cospirazioni internazionali gestite da cricche ben ammanicate (anche queste preconizzate da XF). Il mondo dei misteri, stante l'esplosione di siti e e-zine, pare passato dall'analisi critica alla creduloneria, rendendo così facile il gioco al massacro da parte dei debunker.


Narrato così, sembrano passati eoni tra la mia beata ed ignorante gioventù e l'epoca odierna, ma il passo è stato meno lungo di quanto si creda, venendo agevolato da alcuni media che hanno acriticamente portato in prima serata il Mistero. Dopo qualche esperimento (MisterO con Maria Rosaria Omaggio) il genere fu tenuto a battesimo da Lorenza Foschini con Misteri, il cui argomento "eretico" veniva bilanciato dalla presenza in studio di ospiti, più o meno autorevoli, divisi in opposte fazioni: programma interessante, che a partire dal 1994 pur con qualche svarione (tipo la semi-bufala di Santilli) portò ascolti , informazione e dibattito nelle case di tutti gli italiani.

Dagli anni '90 ad oggi sarebbe stato lecito aspettarsi un'evoluzione del genere, quantomeno dalla TV di Stato (che viene mantenuta soprattutto dai contribuenti): viceversa pare esserci stato un abbassamento della qualità, il cui esempio massimo rimane Voyager, ideato e condotto da Roberto Giacobbo. Costui, dopo anni di onesta militanza (prima da redattore creativo, poi da presentatore) dovette passare da reti minori per riproporre contenuti simili a quelli di Misteri (di cui Giacobbo era uno degli autori): nel 1999 arrivò così Stargate su TMC (ora La7) spinto dall'omonimo telefilm di fantascienza che lo precedeva.
Nel 2003 il nostro tornò da Mamma Rai, mentre La7 passò la sua creatura al noto scrittore Valerio Massimo Manfredi, riducendo nel contempo i contenuti originali. La trasmissione divenne una sorta di scatolone vuoto, come pure la gemella Atlantide: evidentemente era meglio acquisire i documentari di Discovery e History Channel piuttosto che produrre in proprio: ilogica conseguenza di questa politica è stato il crollo degli ascolti.
Giacobbo, viceversa, ha raccolto un discreto manipolo di fan: prezzo di questa crescita è stata la progressiva perdita di qualità, mostratasi sotto forma di carenza di senso critico nelle proprie indagini.


Intendiamoci, qualche licenza poetica mi non sarebbe dispiaciuta, però quando lo spettatore assiste alla diminuzione dei filtri tra Realtà e Finzione, allora qualche dubbio può ben sorgere. E' stata questa caratteristica a farmi desistere dal vedere Voyager: sia chiaro, non sono mai stato un fan dell'informazione omologata di Piero Angela e figlio nè tantomeno un sostenitore del CICAP, ma guardare una puntata di Voyager è uno strazio insopportabile.
Venerdì scorso (17 ottobre) mi sono fatto forza, visto che all'ordine del giorno vi era la trattazione delle controverse "Pietre di Ica": dopo quasi un'ora di aria fritta ho realizzato che finché permane Giacobbo, i Guardiani del Sistema (CICAP in testa) possono dormire sonni tranquilli. La faciloneria nell'analizzare fenomeni e personaggi è stata tale che i "si dice", "in via confidenziale", "si pensa" hanno vinto la loro lotta con la logica e il buon senso.

Procediamo con ordine: le Pietre di Ica sono peculiari perché recano incisioni di animali sconosciuti o di scene "incompatibili" con l'evoluzione umana conosciuta (trapianti di vari organi, combattimenti tra uomini e dinosauri, osservazioni astronomiche).
In passato sia la BBC che lo Skeptical Dictionary hanno analizzato il caso, stabilendo la falsità delle pietre in questione: Voyager avrebbe potuto effettuare una sorta di "processo d'appello", rianalizzando testimoni e reperti, presentandone le risultanze allo spettatore. Purtroppo non è accaduto nulla di tutto questo.


Nel 1966 si apre la saga di Ica, piccola cittadina peruviana, quando il medico condotto Javier Cabrera Durquea (JCD per brevità) viene ripagato di una visita ad un campesino con una pietra recante l'incisione di uno "strano" pesce. Il dottore utilizza questo dono come soprammobile e non sembra dargli peso finché un paio di anni più tardi un amico biologo, in visita presso di lui, identifica il soggetto inciso come un "pesce estinto": primo dubbio, lo sapevano i due, che esiste il celacanto, ri-scoperto proprio negli anni '50?
Lasciato insoluto questo primo interrogativo, scopriamo che a quel punto JCD richiama il suo campesino donatore e si fa indicare il punto dove ha raccolto la prima pietra, scoprendone a sua volta molte altre: da notare che in quarant'anni JCD non svela a nessuno dove ha raccolto il suo "solido" patrimonio, aggiungendo in tal modo dubbi sulla sua credibilità.

Il totale della raccolta ammonta a circa 11.000 (undicimila) pezzi, e qualche generico dubbio sulla loro genuinità potrebbe venire. Si scopre che due campesinos hanno riconosciuto le loro colpe (o i loro meriti?), ma l'ineffabile Giacobbo nega ogni valore a questa dichiarazione, in quanto in Perù il traffico di reperti è sanzionato molto più duramente rispetto alla semplice contraffazione. In effetti migliaia di pezzi per due soli autori sono un po' troppi ma nulla esclude che la filiera del falso possa essere più estesa di quanto riferito.
Un altro aspetto, particolarmente controverso, riguarda i soggetti ritratti: interventi chirurgici a cuore aperto, parti cesarei, cannocchiali, uomini e dinosauri insieme, trapianti di cervello, di cuore e di reni, macchine volanti. Non si può parlare di falso, rilancia Voyager, anche perché il prezzo (esiguo) a cui queste pietre vengono vendute ai turisti, non sostiene i lavoro profuso. Probabilmente, maligno io, qualcuno ha inventato il masterizzatore di pietre. Più verosimilmente le incisioni non richiedono questa grande fatica, per le seguenti ragioni:
1. Lo strato superficiale dell'andesite (il materiale delle pietre) non è così duro come vogliono farci credere, quindi le incisioni non richiedono sforzi sovrumani.
2. Le immagini incise sono quasi infantili, stilizzate. Non sono paragonabili alle tavole di Leonardo, per intenderci. Chiunque avrebbe potuto prendere ad esempio fumetti o fotografie e realizzarne (brutte) copie su pietra.

Ergo ogni pietra non richiede giorni di lavorazione, ma tutt'alpiù poche ore.

Il meglio di Giacobbo arriva con le affermazioni "autorevoli" piazzate a bella posta: Il "mondo accademico" e la "Scienza" prima datano le pietre a 12.000 (dodicimila) anni poi, visto che ciò costringerebbe a riscrivere i manuali di Storia, non accettano i risultati.
Parlare di "Scienza" è fuorviante: esiste una comunità scientifica, che raggruppa scienziati con diverse opinioni nei rispettivi campi del sapere. La datazione, poi, sembra effettuata a spanne: non potendosi utilizzare il radiocarbonio (a meno che le pietre siano esseri viventi :), cosa potranno avere mai usato gli scienziati?

Un'altra obiezione, poi, riguarda la mancanza di riferimenti storici: sarà che gli Incas non hanno lasciato molte testimonianza scritte (i conquistadores non avevano fama di bibliofili), ma vi sono solo due citazioni riguardanti le pietre. La prima nelle Noticias Historiales dello spagnolo Pedro Simon (1626), tutt'ora conservate alla Bibliotheque Nationale di Parigi; la seconda, abbastanza vaga, di un tale Juan de Santa Cruz, afferma che "pietre di potere" venivano incluse nel corredo funerario dei notabili Incas. Abbastanza poco per pietre che dovrebbero riscrivere la Storia.

A questo punto, dopo la rivelazione confidenziale sull'esame dei militari, la datazione precedente viene contraddetta dal dr. Cabrera, che in un'intervista resa poco prima di morire (nel 2002) data le pietre a 65 milioni di anni fa, ossia all'epoca della scomparsa dei dinosauri. Un'affermazione decisamente forte, che infatti Giacobbo tenta di ammorbidire arrampicandosi sugli specchi: non è possibile, dice il nostro eroe, che esista una "bolla ecologica" (o più bolle) in cui i dinosauri sono sopravvissuti? E via con le testimonianze, dall'Amazzonia ai Nativi americani, dimenticandosi però di Nessie in Scozia e del Mokele m'bembe in Camerun. Come prima, di risposte neanche l'ombra: in compenso si ipotizza che la presenza dell'Uomo possa essere retrodatata. E menomale, dico io!

Purtroppo anche questa è una falsa pista: appare tale Dennis Swift, cordiale ricercatore (termine un po' troppo vago) che parla delle raffigurazioni degli Anasazi (un mistero nel mistero, visto che sono scomparsi lasciando pochissime tracce), poi vengono citati in ordine sparso dei veri e propri OOPART (Out Of Place Artefacts - Oggetti fuori dalla loro epoca), ma quest'elencazione pare più una cortina fumogena che un punto a favore della veridicità delle pietre di Ica. Alla fine salta fuori ancora l'aneddoto di Peter Tompkins (pace all'anima sua), secondo cui una particolare erba, trattata e distillata, potrebbe essere il segreto per manipolare la pietra (si citano le Mura di Cuzco).

Voyager potrebbe concludere qui la sua trattazione, ma Giacobbo continua con le mitiche analisi: da un esame su due pietre della collezione Cabrera (esame in cui sarebbero andate rotte due lame diamantate) non arrivano risultati univoci, tant'è che alla fine rimane il solito dubbio, il solito mantra della "Scienza che non dà risposte definitive". A questo punto mi chiedo se la trasmissione sia diventata un ricovero per filosofi del dubbio, anzichè un contenitore giornalistico. La mia domanda purtroppo è retorica, ma vedo che c'è qualcuno messo peggio di Giacobbo: la scrittrice (di cosa, verrebbe da chiedersi) Maria Carmen Olazar racconta che l'Universidad Autonoma de Madrid ha effettuato analisi sul alcune pietre, simili a quelle di Ica, ritrovate da un'altra èquipe in luogo diverso rispetto a quello di Cabrera. La datazione spazia da un massimo di 99.000 anni fa sino al V sec d.C. : anche in questo caso piacerebbe conoscere il metodo utilizzato, nonostante i proclami di Giacobbo sul dover riscrivere la Storia (casomai queste pietre dovessero essere dichiarate autentiche, così en passant).

Potrebbe finire così? No (e due), lo strazio è destinato a durare con le analisi di Swift, il quale, parlando di analisi comparativa rivela che un laboratorio a cui ha portato alcune pietre (una falsa, due vere) ha distinto quelle originali. Chiaramente il nome di detto laboratorio non è stato detto, però quantomeno si è proseguiti citando a senso gli accumuli di salnitro. Peccato che Giacobbo si dimentichi di citare le precedenti analisi di Vicente Paris, che scoprì tracce di moderna carta vetrata.

Qui è finita la parte dedicata al mistero di Ica. Deogratias, verrebbe da dire (e infatti lo dico :). I coraggiosi (o masochisti, dipende dai punti di vista) che hanno continuato nella visione della puntata potrebbero continuare quest'odissea nello strazio. Oggi, per fortuna di chi legge, ho esaurito le energie, per cui accontentatevi di sapere che hanno parlato di abduction (unica cosa intelligente l'intervista al prof. Jacobs, inopinatamente tagliata e ricucita), cerchi nel grano (con filmati interessanti), la vita "segreta" di Jules Verne e l'immancabile Rennes le Chateau :). That's all folks!

domenica 19 ottobre 2008

La privacy di Internet: il caso Facebook

Facebook è il nuovo fenomeno della Rete: dopo Messenger e Skype per (video)chiamare gratis, dopo Youtube con i video a richiesta, è stata la volta dei social network, reti sociali in cui ordinare i proprio contatti secondo il settore di "conoscenza". Abbiamo così Facebook, Badoo e MySpace , più orientati verso il tempo libero, LinkedIn e Viadeo diretti su lavoro e professioni.
Queste "piazze virtuali" hanno consentito ai partecipanti di estendere la propria vita anche dal punto di vista telematico. Già Second Life ha tentato un approccio di questo genere, ma tra virtuale e reale permane una separazione netta: viceversa Facebook, il social network più popolare, ha consentito una transizione "morbida" tra Mondo e Internet, rendendo veramente alla portata di tutti la creazione di un profilo telematico, ossia di un avatar (incarnazione in sanscrito) con cui muoversi nella Rete. Il successo di questa innovazione è stato tale che i media hanno recepito prontamente l'onda lunga del successo, tanto da riservare regolarmente spazi al nuovo fenomeno, quasi a voler "sbattere il mostro in prima pagina". Meccanismi mediatici già visti e rivisti, che tuttavia paiono cogliere nel segno, soprattutto quando si tratta di audience (Youtube docet).

Tale novità, e qui sta il punto più importante, non poteva passare inosservata agli occhi dei Garanti UE della Privacy, che hanno incalzato FB e consimili sino a raggiungere il primo risultato: da ieri (sabato 18) è impossibile trovare dati tramite una ricerca da Google. Ergo, se qualcuno vuole notizie sull'account di una specifica persona deve prima iscriversi alla piazza virtuale e poi effettuare la ricerca in loco.
Non una cosa trascurabile, no di certo. Tuttavia, nessuno ignora che una volta espletata la prima formalità (l'iscrizione), il "ricercatore" non ha che da creare o inserirsi in una cerchia più ristretta di amicizie (fan club, ex alunni, gruppi di interesse: esiste comunque la possibilità di "richiedere l'autorizzazione" per impedire a chicchessia la visione di dati "personali") venendo poi ad acquisire luna discreta mole di notizie, che poi possono essere divulgate al di fuori della cerchia originale.
E' una disavventura che può capitare a chiunque: basti pensare a Sarah Palin (candidata repubblicana nel ticket presidenziale) la gravidanza della cui figlia è stata corredata di notizie tratte da Facebook, e più precisamente dal profilo del futuro padre (per la serie "nessuna buona azione rimarrà impunita").

Questo è quanto. Rimane palese che non si può più essere trascinati dai vari fenomeni di turno, pretendendo di volta in volta o l'applicazione di anacronistiche norme (diritto d'autore e Youtube) o l'invocazione del lassez faire: queste situazioni di confine saranno sempre più frequenti e il Diritto è chiamato a tracciare la rotta, non a seguirla.

domenica 12 ottobre 2008

Piuttosto che niente, meglio piuttosto? Riflessioni economiche assortite

Tra alti e bassi, la crisi è arrivata. Intendiamoci, non che ci sia una massa di straccioni per le strade, per lo meno non ancora. La crisi, come canta Morgan nel brano omonimo, c'è sempre quando qualcosa non va. Da tempo qualcosa ostruiva gli ingranaggi della vita economica e finanziaria di buona parte dell'Orbe terracqueo? Domanda retorica, con il senno di poi: una, dieci, mille bolle speculative, dal grano al petrolio, dalla borsa immobiliare alla concessione di mutui non garantiti. Fino alla possibile monetarizzazione dell'acqua, prossimo obiettivo in agenda per i burattinai dell'economia.

Tornando alla crisi, il lungimirante Tremonti lo aveva detto tempo addietro: obbligato a fare le nozze con i fichi secchi, ossia sistemare i conti pubblici dello Stato italiano, aveva posto l'accento sulle svendite passate del patrimonio pubblico. Con queste "rivelazioni" aveva raggiunto due obiettivi: primo, attaccare i suoi potenziali nemici (certa stampa,espressione dei potentati che beneficiarono della svendita) e secondo, porre la base per tornare a parlare di mano pubblica nel capitalismo. Quella mano pubblica concretizzata dal Regime Fascista con l'IRI nel 1933 (Beneduce domino) per frenare la Crisi del 1929 e che frenò le varie crisi posteriori. Quella mano pubblica diventata ingombrante clientelare con i vari governi democratici.

Se la ricostituzione dell'IRI pare una soluzione più temporanea che definitiva, altri sono i problemi che si sono ammassati alle porte: in particolare l'euro, di cui si torna a parlare come scudo europe contro i problemi americani. La realtà, nonostante i proclami di Prodi, è differente: la moneta unica, infatti, ha causato un'inflazione reale del 40%, o per lo meno l'ha agevolata, permettendo ai mediatori della catena economica un vero e proprio "saccheggio" a detrimento di produttori, dettaglianti e soprattutto consumatori. Tutto previsto già nel 2001 e tutto puntualmente verificatosi, senza che un solo Governo (di destra o di sinistra poco importa) facesse qualcosa. Ora se qualcuno si chiede che fine abbiano fatto gli italiani rispamiatori, meglio rispondergli che quanto accumulato generazione dopo generazione, è finito tutto per tentare di arginare il disastro dell'euro. Con risultati pari o nulli, visto che ora l'italiano medio viaggia con tassi di indebitamento (mutui, finanziamenti ratealizzati, tasse) in pieno stile americano.

Una catastrofe silenziosa, quella dell'euro, che ora rischia di fare il paio con la crisi economica attuale. Gli esaltatori del libero mercato, tutti a spartirsi gli utili nei bei momenti , ora invocano la tetta dello Stato, per socializzare le perdite. Qualche mese addietro, per esempio, la Confindustria dirottò il primo Governo Berlusconi, cancellando la legge sulla class action. Ora la Presidentessa della medesima associazione blatera ancora di libero mercato: una bugia bella e buona per chi conosce la Storia, non per i Giavazzi e gli Alesina, che imbrattano il Corriere della Sera per le loro elucubrazioni.
Il mercato, per la cronaca, è SEMPRE stato drogato: il liberismo è un'utopia, come il comunismo. Basta vedere cosa succede nei civilissimi USA: se un capitalista sgarra e non è abbastanza amico di chi è al comando (o l'ha combinata troppo grossa), viene condannato con sentenze pesantissime. Basti pensare alla Enron, tra i primi contribuenti della campagna Bush, che non è stata salvata, avendo mietuto disastri oltre un certo limite.

Ci sarebbe da dire molto altro, sul 1929, sugli USA economia di guerra, sui retroscena del crollo di Lehman, ma preferisco lasciarvi con un filmato comico, che illustra alla perfezione lo stato "comatoso" del mondo bancario italiano... Buona domenica!



martedì 7 ottobre 2008

Quel maledetto ruotino...

La magia dello sport è sorprendente: passano gli anni, passano i campioni, non passano eventi, facce, fatti. Sabato scorso, per esempio, dopo una tiratissima partita a calcetto (per la cronaca, sconfitta pesante) è stato suggestivo rievocare personaggi che parevano spariti, nei meandri della memoria piuttosto che nelle pieghe della vita reale.
Così, da un ruotino di Lentini lo spogliatoio è passato a incidenti meno pesanti ma altrettanto drammatici dal punto di vista sportivo: prima di quel sinistro automobilistico, il Gigi rossonero era un fenomeno senza concorrenza. Con lui sulla fascia, indifferentemente destra o sinistra, l'Italia di Sacchi avrebbe schiantato il Brasile e le altre pretendenti al Mondiale di USA '94. Ma fu il Fato a decretare anzitempo il depennamento di entrambe le ali: azzurre Alex Bianchi dell'Inter incappò in un grave infortunio muscolare e il predetto Lentini si schiantò a tutta velocità con la sua Porsche.
Tuttavia, altri calciatori, meno noti ma non per questo meno talentuosi, hanno visto la loro carriera stroncata per motivi abbastanza futili: Edoardo Bortolotti, difensore bresciano destinato ad altissimi traguardi, dalla Roma alla nazionale Under21, perse tutto per due volte. Prima la frattura del perone lo costrinse ad una forzata lontananza dai campi di gioco, poi una sniffata di cocaina lo fece incogliere nelle maglie dell'antidoping, causandone la rescissione per giusta causa del contratto sottoscritto con il Brescia. Ricominciò con il Palazzolo, ma era tutto troppo pesante: si ritirò a soli 25 anni, nel 1995, e scelse di suicidarsi, questa volta non solo professionalmente. Talento sprecato, in tutti i sensi.
Un'altra faccia nella nebbia dei ricordi è quella di Gianluca Francesconi, promettente terzino romano. Nessuno si spiega come mai non abbia raccolto i frutti che il suo talento gli avrebbe consentito, "accontentandosi" di girovagare per i campi minori (serie C1): forse la possibile chiave di lettura risiede nella prematura morte del padre. Evento traumatico che ne tarpò le ali, per lo meno così mi raccontò un mio professore universitario, sfegatato ultrà genoano, che vide personalmente all'opera il giocatore, e notò anch'egli l'immenso potenziale non sfruttato.
Tra i campioni colpiti da un pesante lutto e spinti quasi sul fondo vi è pure un certo Alex Del Piero: prima dell'infortunio che lo incolse nel tardo 1998 sul campo di Udine, era un fuoriclasse con pochi eguali. La già non facile ripresa dal suo ko fu aggravata dalla notizia che il padre era stato colpito da un tumore. Alessandro, evidentemente scosso da questa notizia, non riuscì a tornare il giocatore che fa la differenza, divenendo anzi un ectoplasma, tanto che più di un compagno lo chiamò l'intubato, per quel suo "dover giocare" imposto dalla società (la Juventus) all'allenatore (Carlo Ancelotti). Due stagioni (1999-2000 e 2000-2001) e altrettanti scudetti gettati via nelle ultime giornate, un trauma per la Juve, che alla fine dovette arrendersi al ritorno in panchina di Marcello Lippi. Comunque sia, oggi Del Piero è tornato a livelli discreti, anche se ogni tanto regala barlumi della sua antica classe, come questo gol al Bari, siglato proprio pochissimi giorni dopo la morte del padre.

Nello sport extracalcistico, il mondo dei motori ha riservato qualcosa di simile alle vicende di Lentini: nel motociclismo, Manuel Poggiali, pilota sanmarinese, vinse due titoli (125 nel 2001 e 250 nel 2003), poi sparì dagli schermi televisivi; è riapparso solo nel 2008 con qualche discreta gara in 250, ritirandosi definitivamente ad agosto, ad appena 25 anni. Sui motivi del suo crollo quasi verticale dal 2003 in poi, nessuna spiegazione.
Una qualche ragione, viceversa, ce l'ha il centauro cesenate Lorenzo Lanzi: dopo il fulminante esordio in SBK nel 2005 (due vittorie per lui), la prematura scomparsa del padre, avvenuta nell'ottobre del medesimo anno (durante una sessione di supermotard) lo ha frenato non poco, impedendogli di cogliere i meritati successi. Nonostante la Ducati ufficiale lo abbia voluto a fianco di Troy Bayliss per il biennio 2006-2007, i risultati sperati non sono arrivati. Nel 2008 pare tornato a buoni livelli: grazie all'appoggio del RG Team (satellite Ducati) ha colto una prestigiosa vittoria in quel di Valencia.
Ed è una conclusione che fa ben sperare, tanto per il mai troppo retorico bene dello sport quanto per i destini dei singoli.