Era il 1986 quando Gianna Nannini cantava "Bello e impossibile", dedicata (pare) al Colonnello Gheddafi, dittatore della Libia e paladino terzomondista. Nel ventennio trascorso da quella canzone molte cose sono cambiate: alcune in peggio, altre (la maggioranza, per fortuna) in meglio.
Da un lato appaiono lontani i tempi in cui la Libia era vista come Paese Canaglia, ricettacolo di ogni possibile male, possibilmente in salsa terrorista o sovietica. Dall'altro l'ex colonia italiana ha decisamente optato per il traffico umano, meno disdicevole del terrorismo ma altrettanto remunerativo.
Proprio per debellare la piaga dell'immigrazione clandestina il nostro premier si è recato a Tripoli per trattare con il capo della Jamāhīriyya e trovare un accordo in tal senso. Si è parlato di tante cose, tra cui affari e Storia, pretesti e mezze verità, arrivando alla fine ad un do ut des molto significativo, sia dal punto di vista economico che da quello politico.
Per comprendere appieno la valenza dell'accordo italo-libico concluso da Berlusconi occorre fare un passo indietro.
La storia recente delle relazioni italo-libiche non è improntata alla reciproco rispetto dopo l'indipendenza (1951), la Libia fu retta dalla monarchia di Re Idris: una veste di democrazia parlamentare (con tanto di costituzione) per giustificare il protettorato angloamericano per via del petrolio e del gas sepolti nel sottosuolo dello "scatolone di sabbia".
Dopo il golpe militare del 26 agosto 1969, il colonnello Muhammar Gheddafi iniziò una veemente politica nazionalistica, in spiccata chiave anti-italiana: prima sottopose i nostri connazionali a vessazioni crescenti (compresa la confisca dei beni), poi li espulse il 7 ottobre 1970, festeggiando tale data come Giornata della Vendetta. Non contento, da quel momento, iniziò a chiedere "risarcimenti" per il dominio coloniale pregresso. Poche parole invece sui 25 anni di dominio inglese e americano.
Uno Stato normale (l'Italia non lo è, sia ben chiaro) avrebbe interrotto ogni rapporto con Gheddafi, un po' sulla falsariga di quanto accaduto tra USA e Cuba. Viceversa svariati politici preferirono continuare i propri legami con Tripoli, sebbene altri uomini di Stato serbassero in segreto la speranza di esautorare il Colonnello. E qualche volta (come racconta l'ex gladiatore Nino Arconte) si andò vicino al golpe, finendo tuttavia in un nonnulla per le influenti amicizie che il Colonnello poteva (e può) vantare nel nostro Paese, amicizie che si rivelarono molto utili anche per il caso di Ustica e per l'eliminazione di oppositori da noi rifugiati.
A livello internazionale, sia gli Inglesi che gli Americani ridimensionarono Gheddafi: i primi ,con il pretesto dell'assassinio della poliziotta londinese Yvonne Fletcher (17/04/1984), cacciarono il corpo diplomatico libico; i secondi, come ritorsione per l'attentato alla discoteca berlinese La Belle (05/04/1986), bombardarono diverse città libiche.
A distanza di anni i due eventi non sono ancora chiari: sulle responsabilità permangono ancora controversie, però lo scopo che si prefissero USA e Regno Unito fu raggiunto, con conseguente demonizzazione della Libia.
Nel secondo caso, quando l'allora presidente USA Ronald Reagan ordinò il bombardamento di Tripoli, Gheddafi si salvò grazie ai suoi contatti con Bettino Craxi, all'epoca non molto amico dello Zio Sam (si rammenti la crisi di Sigonella, avvenuta nell'ottobre del 1985).
La pretestualizzazione si spiega perché Thatcher e Reagan, all'epoca capi di Governo dei rispettivi Paesi, necessitavano di casus belli contro la Libia, la quale stava allargando le sue mire nel Mediterraneo (si parlò persino di un affitto della base navale di Tobruk alla Flotta Meridionale Sovietica), tantò da diventare lo Stato Canaglia per definizione, protagonista in svariate serie TV, film, libri e persino videogiochi.
Fin qui, tuttavia, vi erano pochi eventi per spingere ad un'azione di massa contro il regime del Colonnello Gheddafi, per lo meno sino al 21 dicembre 1988, quando esplose il volo Pan Am 103 sopra la cittadina scozzese di Lockerbie. Nonostante svariati indizi puntassero al di fuori della Libia, quest'ultima venne etichettata come "colpevole", non differentemente da quanto accadde nel 2001 con Al Qaeda per gli attentati dell'11/09.
A causa di questo attentato, la Comunità Internazionale sottopose Tripoli ad un rigido embargo, durato sino al 1999, quando vennero consegnati i presunti colpevoli alla polizia scozzese al fine di tenere un processo, quanto più equo possibile, presso la base Nato di Camp Zeist in Olanda.
Alla fine, dopo la condanna dell'unico imputato riconosciuto colpevole, (l'altro fu assolto) i libici pagarono tutti i risarcimenti richiesti dalle parti civili, venendo riammessi nelle Organizzazioni internazionali.
Pertanto, con un simile curriculum nelle relazioni estere, ci sarebbe più di un motivo per chiedersi a quale titolo la Libia richieda risarcimenti. La colonizzazione italiana durò meno di 30 anni, mentre il giogo anglo americano rimase per pari tempo sul regime di Re Idris. Senza contare che il petrolio, dopo la Rivoluzione, arricchì i governanti (il clan Gheddafi in primis, che è al potere da quasi 40 anni) rendendo possibile qualche follia terroristica (il Colonnello sostenne pure terroristi, tra cui il famoso Carlos lo Sciacallo) e posizioni nette nello scacchiere (come quelle assunte contro l'Iraq e Israele).
Ma tant'è, per ritornare nelle grazie dell'Occidente (nonostante i politici italioti che sono stati suoi ospiti regolari), oltre al già citato accordo tombale sugli attentati pre-1988, Gheddafi ha giocato la carta dell'emigrazione clandestina.
Come prima di lui Albania e Montenegro (ora pattugliati dall'Italia quasi fossero sue colonie), giungono barche dalle coste libiche. Viaggi che si interrompono quasi sempre in mare aperto, o per l'intervento della Guardia Costiera o per l'affondamento dei mezzi di fortuna.
Un simile traffico umano dovrebbe essere bloccato alla fonte, ma il Col. fa spallucce, permanendo nelle sue richieste di "riparazione danni coloniali", quasi fosse un registratore rotto.
I politici italiani hanno sempre trattato con molta prudenza la questione, fin quando il premier Berlusconi ha deciso di espandere la zona di influenza del Bel Paese. Evidentemente le risorse naturali libiche sono un obiettivo troppo appetibile, e la fine del traffico di "merce umana" un corollario di tutto rispetto. Parafrasando Enrico di Borbone, Tripoli val bene una strada.? (1. continua)
Da un lato appaiono lontani i tempi in cui la Libia era vista come Paese Canaglia, ricettacolo di ogni possibile male, possibilmente in salsa terrorista o sovietica. Dall'altro l'ex colonia italiana ha decisamente optato per il traffico umano, meno disdicevole del terrorismo ma altrettanto remunerativo.
Proprio per debellare la piaga dell'immigrazione clandestina il nostro premier si è recato a Tripoli per trattare con il capo della Jamāhīriyya e trovare un accordo in tal senso. Si è parlato di tante cose, tra cui affari e Storia, pretesti e mezze verità, arrivando alla fine ad un do ut des molto significativo, sia dal punto di vista economico che da quello politico.
Per comprendere appieno la valenza dell'accordo italo-libico concluso da Berlusconi occorre fare un passo indietro.
La storia recente delle relazioni italo-libiche non è improntata alla reciproco rispetto dopo l'indipendenza (1951), la Libia fu retta dalla monarchia di Re Idris: una veste di democrazia parlamentare (con tanto di costituzione) per giustificare il protettorato angloamericano per via del petrolio e del gas sepolti nel sottosuolo dello "scatolone di sabbia".
Dopo il golpe militare del 26 agosto 1969, il colonnello Muhammar Gheddafi iniziò una veemente politica nazionalistica, in spiccata chiave anti-italiana: prima sottopose i nostri connazionali a vessazioni crescenti (compresa la confisca dei beni), poi li espulse il 7 ottobre 1970, festeggiando tale data come Giornata della Vendetta. Non contento, da quel momento, iniziò a chiedere "risarcimenti" per il dominio coloniale pregresso. Poche parole invece sui 25 anni di dominio inglese e americano.
Uno Stato normale (l'Italia non lo è, sia ben chiaro) avrebbe interrotto ogni rapporto con Gheddafi, un po' sulla falsariga di quanto accaduto tra USA e Cuba. Viceversa svariati politici preferirono continuare i propri legami con Tripoli, sebbene altri uomini di Stato serbassero in segreto la speranza di esautorare il Colonnello. E qualche volta (come racconta l'ex gladiatore Nino Arconte) si andò vicino al golpe, finendo tuttavia in un nonnulla per le influenti amicizie che il Colonnello poteva (e può) vantare nel nostro Paese, amicizie che si rivelarono molto utili anche per il caso di Ustica e per l'eliminazione di oppositori da noi rifugiati.
A livello internazionale, sia gli Inglesi che gli Americani ridimensionarono Gheddafi: i primi ,con il pretesto dell'assassinio della poliziotta londinese Yvonne Fletcher (17/04/1984), cacciarono il corpo diplomatico libico; i secondi, come ritorsione per l'attentato alla discoteca berlinese La Belle (05/04/1986), bombardarono diverse città libiche.
A distanza di anni i due eventi non sono ancora chiari: sulle responsabilità permangono ancora controversie, però lo scopo che si prefissero USA e Regno Unito fu raggiunto, con conseguente demonizzazione della Libia.
Nel secondo caso, quando l'allora presidente USA Ronald Reagan ordinò il bombardamento di Tripoli, Gheddafi si salvò grazie ai suoi contatti con Bettino Craxi, all'epoca non molto amico dello Zio Sam (si rammenti la crisi di Sigonella, avvenuta nell'ottobre del 1985).
La pretestualizzazione si spiega perché Thatcher e Reagan, all'epoca capi di Governo dei rispettivi Paesi, necessitavano di casus belli contro la Libia, la quale stava allargando le sue mire nel Mediterraneo (si parlò persino di un affitto della base navale di Tobruk alla Flotta Meridionale Sovietica), tantò da diventare lo Stato Canaglia per definizione, protagonista in svariate serie TV, film, libri e persino videogiochi.
Fin qui, tuttavia, vi erano pochi eventi per spingere ad un'azione di massa contro il regime del Colonnello Gheddafi, per lo meno sino al 21 dicembre 1988, quando esplose il volo Pan Am 103 sopra la cittadina scozzese di Lockerbie. Nonostante svariati indizi puntassero al di fuori della Libia, quest'ultima venne etichettata come "colpevole", non differentemente da quanto accadde nel 2001 con Al Qaeda per gli attentati dell'11/09.
A causa di questo attentato, la Comunità Internazionale sottopose Tripoli ad un rigido embargo, durato sino al 1999, quando vennero consegnati i presunti colpevoli alla polizia scozzese al fine di tenere un processo, quanto più equo possibile, presso la base Nato di Camp Zeist in Olanda.
Alla fine, dopo la condanna dell'unico imputato riconosciuto colpevole, (l'altro fu assolto) i libici pagarono tutti i risarcimenti richiesti dalle parti civili, venendo riammessi nelle Organizzazioni internazionali.
Pertanto, con un simile curriculum nelle relazioni estere, ci sarebbe più di un motivo per chiedersi a quale titolo la Libia richieda risarcimenti. La colonizzazione italiana durò meno di 30 anni, mentre il giogo anglo americano rimase per pari tempo sul regime di Re Idris. Senza contare che il petrolio, dopo la Rivoluzione, arricchì i governanti (il clan Gheddafi in primis, che è al potere da quasi 40 anni) rendendo possibile qualche follia terroristica (il Colonnello sostenne pure terroristi, tra cui il famoso Carlos lo Sciacallo) e posizioni nette nello scacchiere (come quelle assunte contro l'Iraq e Israele).
Ma tant'è, per ritornare nelle grazie dell'Occidente (nonostante i politici italioti che sono stati suoi ospiti regolari), oltre al già citato accordo tombale sugli attentati pre-1988, Gheddafi ha giocato la carta dell'emigrazione clandestina.
Come prima di lui Albania e Montenegro (ora pattugliati dall'Italia quasi fossero sue colonie), giungono barche dalle coste libiche. Viaggi che si interrompono quasi sempre in mare aperto, o per l'intervento della Guardia Costiera o per l'affondamento dei mezzi di fortuna.
Un simile traffico umano dovrebbe essere bloccato alla fonte, ma il Col. fa spallucce, permanendo nelle sue richieste di "riparazione danni coloniali", quasi fosse un registratore rotto.
I politici italiani hanno sempre trattato con molta prudenza la questione, fin quando il premier Berlusconi ha deciso di espandere la zona di influenza del Bel Paese. Evidentemente le risorse naturali libiche sono un obiettivo troppo appetibile, e la fine del traffico di "merce umana" un corollario di tutto rispetto. Parafrasando Enrico di Borbone, Tripoli val bene una strada.? (1. continua)
