Tripoli val bene una strada? La domanda conclusiva del precedente articolo, anche se retorica (visto che la decisione è già stata presa), in realtà impone una piccola riflessione agli albori dei rapporti tra Italia e Libia, non solo alle ultime tre decadi di rivendicazioni reciproche, condite dal grave problema dell'immigrazione clandestina.
Ergo bisogna fare un salto nel passato, a quel 1911 che segna l'inizio (per l'Italia) delle ambizioni mediterranee. All'indomani di un incredibile pareggio di bilancio (all'epoca non era insolito), i governanti tricolori decisero di ritagliarsi la loro "quarta sponda" sul Mare Nostrum, occupando una fetta di territorio africano: dato che Egitto, Tunisia e Algeria erano occupati, si concentrarono sui possedimenti del disastrato Impero Ottomano, ormai sulla via della dissoluzione. Giovanni Giolitti, dunque, diede il via all'invasione, infilando Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in un unico Stato, dal nome classicheggiante di Libia.
La popolazione, composta per lo più da arabi e berberi (gli occupanti turchi erano poche migliaia), accolse i nuovi "padroni", mentre i Senussi, confraternita militare-religiosa, partì combattendo una guerra di resistenza contro tutto e tutti (la liberazione algerina, al confronto, fu una passeggiata), a dispetto dell'esiguità numerica, in questo sostenuta da chi non vedeva di buon occhio l'espansione mediterranea dell'Italia.
L'Italia, che differentemente da quanto ripete Gheddafi, combattè la propria guerra di "occupazione" solo contro i Senussi, evitò, per quanto possibile, repressioni semplicistiche. Dopo aver sedato la ribellione delle province interne (ove i Senussi avevano un buon appoggio), l'Italia iniziò una politica di colonizzazione attiva, arrivando a prospettare l'integrazione della Libia nell'amministrazione italiana: vennero costruite diverse infrastrutture ( famosa rimane la Via Balbia, poi lasciata alle sabbie da Re Idris e compagni), venne concessa la cittadinanza "libica" ai cittadini delle quattro province costiere (con diritti che gli omologhi delle altre potenze europee non si sognavano), fu implementato anche un cospicuo programma agricolo.
A rimarcare l'affidabilità dei rapporti italo-libici, va menzionato che svariati libici militarono con onore tra le fila delle Armate italiane nelle guerre del 1935-36 (Abissinia) e 1940-42 (Campagna d'Africa) come i (giustamente) celebrati Ascari.
Queste circostanze Gheddafi le ignora dolosamente, credendo nella e diffondendo la favola dell'indipendenza di Re Idris (un Senusso egli stesso), che invece era ne più nè meno un fantoccio di USA e GB, Stati a cui, a norma del codice civile, dovrebbero essere richiesti i danni in prima battuta.
Evidentemente, se lo Zio Silvio si è recato nella tenda del Colonnello, questa strada si è rivelata impraticabile: allora il premier italiano ha raccontato le sue quattro barzellette (che probabilmente il suo ospite conosceva bene, dato che la TV italiana gode di ottima ricezione a Tripoli e dintorni) e ha steso la "generosa" mano italica, in cambio di un aiuto nella repressione del traffico umano. Dubitando della forza navale della Libia, l'Italia dovrà pattugliare nuovamente la sua storica quarta sponda: un evento alquanto beffardo, visto che la Repubblica sta già tutelando i confini di Montenegro e Albania, quasi a suggellare tra corsi e ricorsi, i confini del 1939. (2. Fine)
Ergo bisogna fare un salto nel passato, a quel 1911 che segna l'inizio (per l'Italia) delle ambizioni mediterranee. All'indomani di un incredibile pareggio di bilancio (all'epoca non era insolito), i governanti tricolori decisero di ritagliarsi la loro "quarta sponda" sul Mare Nostrum, occupando una fetta di territorio africano: dato che Egitto, Tunisia e Algeria erano occupati, si concentrarono sui possedimenti del disastrato Impero Ottomano, ormai sulla via della dissoluzione. Giovanni Giolitti, dunque, diede il via all'invasione, infilando Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in un unico Stato, dal nome classicheggiante di Libia.
La popolazione, composta per lo più da arabi e berberi (gli occupanti turchi erano poche migliaia), accolse i nuovi "padroni", mentre i Senussi, confraternita militare-religiosa, partì combattendo una guerra di resistenza contro tutto e tutti (la liberazione algerina, al confronto, fu una passeggiata), a dispetto dell'esiguità numerica, in questo sostenuta da chi non vedeva di buon occhio l'espansione mediterranea dell'Italia.
L'Italia, che differentemente da quanto ripete Gheddafi, combattè la propria guerra di "occupazione" solo contro i Senussi, evitò, per quanto possibile, repressioni semplicistiche. Dopo aver sedato la ribellione delle province interne (ove i Senussi avevano un buon appoggio), l'Italia iniziò una politica di colonizzazione attiva, arrivando a prospettare l'integrazione della Libia nell'amministrazione italiana: vennero costruite diverse infrastrutture ( famosa rimane la Via Balbia, poi lasciata alle sabbie da Re Idris e compagni), venne concessa la cittadinanza "libica" ai cittadini delle quattro province costiere (con diritti che gli omologhi delle altre potenze europee non si sognavano), fu implementato anche un cospicuo programma agricolo.
A rimarcare l'affidabilità dei rapporti italo-libici, va menzionato che svariati libici militarono con onore tra le fila delle Armate italiane nelle guerre del 1935-36 (Abissinia) e 1940-42 (Campagna d'Africa) come i (giustamente) celebrati Ascari.
Queste circostanze Gheddafi le ignora dolosamente, credendo nella e diffondendo la favola dell'indipendenza di Re Idris (un Senusso egli stesso), che invece era ne più nè meno un fantoccio di USA e GB, Stati a cui, a norma del codice civile, dovrebbero essere richiesti i danni in prima battuta.
Evidentemente, se lo Zio Silvio si è recato nella tenda del Colonnello, questa strada si è rivelata impraticabile: allora il premier italiano ha raccontato le sue quattro barzellette (che probabilmente il suo ospite conosceva bene, dato che la TV italiana gode di ottima ricezione a Tripoli e dintorni) e ha steso la "generosa" mano italica, in cambio di un aiuto nella repressione del traffico umano. Dubitando della forza navale della Libia, l'Italia dovrà pattugliare nuovamente la sua storica quarta sponda: un evento alquanto beffardo, visto che la Repubblica sta già tutelando i confini di Montenegro e Albania, quasi a suggellare tra corsi e ricorsi, i confini del 1939. (2. Fine)

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